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17 anni da quella notte: con Renato nel cuore

17 anni da quella notte dove, nostro malgrado, sei diventato stella. Nella confusione e nel dolore immenso non ci siamo persi e perse. Abbiamo potuto scorgerti nel buio e – come partigiane e partigiani  maldestramente abbiamo attraversato a modo nostro i tempi oscuri di questo inizio di millennio. Dicevamo di essere antifasciste e antifascisti e ci hanno risposto che il fascismo e la sua bieca pratica di morte erano sepolti. Oggi sono 17 anni, e dove siamo?
 Dalla tua Montagnola, dal 2006 ,ti abbiamo portato altrove e ti portiamo sempre ovunque. 
Tra le braci ardenti del dolore e la rabbia del tuo omicidio, Rena’, abbiamo trovato le ragioni per quello che oggi continuiamo a essere, una comunità ribelle che non dimentica. Una parte di questa comunità è la nostra, quella di un piccolo grande collettivo internazionalista chiamato Nodo Solidale. 
Abbiamo attraversato gli oceani per anni, anche con te. Col tuo sorriso, i tuoi occhi vivi, l’esperienza vissuta insieme. Con la tua musica di fondo in ogni rivolta grande o piccola, con la rabbia sacrosanta contro i prepotenti, con l‘idea di condividere in cento lingue pane, fuoco e amore per la vita.
 
 Ci facciamo cammino nella selva fitta, circondati dal verde intenso, mentre nell’aria il fumo del comal si spande e l’odore del mais cotto si mischia con quello della polvere da sparo, impregnati entrambi dell’umidità intensa del sottobosco. Vita e morte vanno a braccetto in Chiapas, come noi, Renato: un giorno ci godiamo la bellezza mozzafiato delle montagne boscose e l’altro piangiamo rabbiosamente fra le valli macchiate di sangue dalla ferocia narco-paramilitare. Mano per mano e ci siamo immerse ed immersinell’autonomia della democrazia radicale zapatista. Trent’anni di autogestione. E Quando, d’improvviso, lo sconforto della sconfitta penetra nei nostri pensieri, ci ricordiamo questo: trent’anni di autogestione e autogoverno, certamente non perfetti, ma umani e reali. Centinaia di migliaia di indigen3 e contadin3, orgogliosamente liber* dalla servitù del latifondo.          Guardandoci negli occhi con dignità ci ripetiamo: “trenta años y aquí nadie se rinde”. 
Occhi a mandorla, neri come il caffè, eppure Renato, nei loro occhi il tuo azzurro, i nostri sogni comuni. Il mondo migliore esiste, ha un prezzo altissimo, però esiste.
Un mondo migliore che deve farsi strada in mezzo all’ecatombe di una guerra per lo più ignorata: ogni giorno in Messico vengono assassinate quasi 100 persone, 11 delle quali donne, inghiottit3 dalla voragine della cosidetta “guerra narco”. Stiamo parlando di 350,000 omicidi negli ultimi sedici anni e, orrore nell’orrore, stiamo adesso cercando 112,000 persone scomparse, “desaparecides” le chiamano, vittime senza neanche il malinconico sollievo della certezza della morte. 
Dire che questa è la guerra della droga è spoliticizzarla, è voler nascondere il saccheggio e lo sfruttamento delle grandi imprese che si arricchiscono smodadamente grazie al lavoro sporchissimo e infame delle bande narco-paramilitari che, in primis, spezzano le reni alle organizzazioni indipendenti che queste imprese fronteggiano. Decine di compagne e amici sono stati falciat3 come te, Renato. Quando ti nominiamo, con una fitta al cuore, nominiamo anche loro: Bety Cariño, Samir Flores, Juan Vasquez, Jaime López, el Kuy Kendall e el Tío, Alejandro di Xanica e i giovanissimi del Codedi, Michele Colosio, Álvaro Ramírez e troppi, troppe altre…
 
Ti ritroviamo in Palestina, Renato. A Betlemme il tuo volto si affaccia in vari angoli di strada, dipinto da tanti mani diverse e fissa con rabbia il muro infame dell’Apartheid, schiva ancora le pallottole di ogni incursione dell’esercito sionista nei campi rifugiati, nido di vespe ribelli e mai sottomesse dal terrore di Stato di Israele. Sei lì con noi, fra gli slogan antifascisti, sotto il sole accecante, l’odore del knafè nei vicoli e i lacrimogeni che rotolano tra i piedi durante la milionesima manifestazione per la vita, per il diritto a respirare e a raccogliere olive, il diritto a sedersi in circolo sulle millenarie colline di Palestina per condividere il pane manakish, il diritto a pescare, a sposarsi, nascere e morire dove una o uno vuole e non in uno dei 300 check-points che frammentano lo spazio vitale delle persone nate per caso dalla parte sbagliata del Muro, i palestinesi e le palestinesi. 
 
Poi guardiamo insieme dall’alto della catena montuosa di Zagròs il destino dell’umanità. Una vastità di altissimi picchi e burroni vertiginosi, come una metafora della tragica storia degli uomini e delle donne. Dal cielo ancora cadono le bombe, squarci nelle valli e nelle pianure desertiche scorgiamo ogni maledetto giorno colonne di fumo, villaggi distrutti, eserciti schierati nell’interminabile terza guerra mondiale che si combatte tra la Siria, la Turchia, l’Irak e l’Iran, ovvero in Kurdistan. Siamo lì con te, Renato, a darci forza nelle preghiere  mentre ci schiaccia l’angoscia di tanto orrore, ma soprattutto siamo lì con te, Renato, ballando tutt3 insieme a braccetto la danza del Dilan, saltando all’unisono per celebrare il fiore dell’autonomia di Rojava, i cui petali da undici anni profumano di speranza in mezzo a un deserto di fascismi feroci. Undicimila giovani come te, Renato, hanno dato la vita per questo scorcio di futuro possibile in terra. La maggioranza di loro uomini e donne curde, ma anche fratelli e sorelle di tutto il mondo, parte di questa famiglia immensa e indomita, senza passaporto, che da secoli fronteggia la sopraffazione dei ricchi sulla vita di tutte e tutti.
 
Infine, Renato caro, ti portiamo nel cuore e a spasso fra le vie piene di immondizia dei nostri quartieri. Nel vortice di edifici e di muri graffitati, nella città a te tanto cara e in altre così drammaticamente simili, giriamo vigilando che le lame e le spranghe fasciste non incontrino spazio sufficente per colpire, tra gli applausi di una fetta di società sempre più cieca d’odio e ragioni. Armat3 di musica, libri, spray, secchi e manifesti, cerchiamo di continuare a colorare come te, come mille altri prima e mille altr3 dopo di noi, la tristezza grigia della vita imposta dalla schiavitù salariale e dall’etero-normatività patriarcale. 
A volte facciamo qualche cazzata, a volte non sappiamo come reagire in massa e con rabbia come vorremmo, a volte piangiamo e poi riniziamo, 
                                       in ogni momento, 
in ogni luogo,
in ogni tempo dove si respira resistenza, 
tu sei con noi, Renato bello.
 
Con tanta rabbia e infinito amore, il collettivo Nodo Solidale. 
Presentazione di “Autodifesa Medica – Pantere Nere e Ezln”
Renoize 02.09.2023

Autodifesa Medica: Pantere Nere e Ezln – Introduzione

Di seguito riportiamo l’introduzione al volume italiano “Autodifesa Medica – Pantere Nere e Ezln”, traduzione a cura del Nodo solidale del volume “Autodefensa Medica – Panteras Negras y Zapatistas” di Zineditorial recentemente pubblicata nella collana Quaderni della Complicità Globale in collaborazione con Elementi Kairos.

A Jaime Alberto Montejo Bohórquez (1964-2020), compagno della Brigada Callejera che ci ispira ogni giorno a lottare per la salute dellə oppressə

Introduzione 

Ancora dentro la pandemia COVID-19 ed a oltre un anno dalla Gira por la Vida[1] intrapresa dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e dal Congresso Nazionale Indigeno (CNI) attraverso i paesi europei, ci siamo imbattutə in Autodefensa Medica: Panteras Negras y Zapatistas e ci è sembrato appropriato tradurlo. Per contribuire con umiltà ai complessi dibattiti sulla salute e sulla cura al tempo dei lockdowns e del green pass, in una fase di crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e dell’assalto dei privati alla sanità, per porre domande e non ricette pronte.

La pandemia che ci ha travoltə dall’inizio del 2020 non è ancora finita e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima a scuotere la comunità internazionale. Il caso del Monkey pox (vaiolo delle scimmie) ne è un esempio, ma soprattutto, nulla è stato fatto per rallentare l’espropriazione e la devastazione ambientale che avanzano rapidi e mettono ogni giorno sotto stress gli ecosistemi negli angoli più remoti del pianeta. In Italia la pandemia ha incontrato un Sistema Sanitario Nazionale (SSN) allo stremo il cui spirito universalistico, conquistato grazie alle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori negli anni ’70, è stato sempre più messo in discussione ed al margine dall’avanzata del paradigma neoliberista. Tre sono i dati che ci danno la radiografia dello stato di salute del SSN: 37 miliardi di euro tagliati in meno di 10 anni, la frammentazione di un sistema nazionale in 20 piccoli sistemi regionali, con la conseguente stratificazione in apparati sanitari di serie A e di serie B, l’aziendalizzazione della sanità. La parità di bilancio è diventata quindi più importante della salute delle persone. Questo è il modello che ci è stato imposto.

Nel nome dell’austerità e del debito pubblico, negli anni passati, siamo statə testimoni di una lenta distruzione della sanità pubblica; oggi, al contrario, per uscire dalla pandemia si ricorre agli investimenti del Piano Nazione Ripresa e Resilienza (PNRR). Ma quale direzione stiamo prendendo? Per ora non percepiamo un cambio di parole d’ordine, nessuna iniziativa che provi a ribaltare il paradigma che vuole la sanità come un campo di profitto, in una Salute come bene comune. Speriamo di sbagliarci.

Ma come si potrà uscire da una sanità come complesso industriale biomedico e delle assicurazioni? Come allontanarsi da una sanità intesa come industria della salute e fonte di profitto per privati e assicurazioni?

Cosa vuol dire prendersi cura della propria salute? Che ruolo ha la salute nella nostra società? È possibile immaginare insieme una salute che rompa i vizi secolari di una medicina pensata da maschi bianchi per maschi bianchi? Ripensare una scienza nata come biopotere estirpato dalla capacità di cura comunitaria e personale, così come dai corpi delle donne? Combattere il suo essere strumento di normalizzazione sociale e dominio coloniale? Si può rompere la catena che inserisce la medicina in un campo di creazione di profitto, all’interno di un sistema di sfruttamento e sovrapproduzione? Sarà possibile re-immaginare la figura medica, non come parte della classe dominante, ma come una figura alleata delle classi oppresse nella lotta contro le disuguaglianze sociali, incidendo nei determinanti di salute?[2] Una figura che incarni un sapere condivisibile e a disposizione della collettività e non una figura di potere che agisce per interessi egoistici e di casta?

Alcune domande ce le poniamo da anni, altre ce le ha fatte sorgere l’esperienza vissuta con il COVID-19. Questioni a cui sarà fondamentale rispondere collettivamente.

La pandemia è piombata sulle nostre vite come un macigno inaspettato, un virus diffusosi rapidamente in tutto il mondo e un’epidemia che abbiamo imparato a interpretare piuttosto come una sindemia[3]. Una malattia estremamente influenzata dai contesti socio-ambientali in cui si diffonde, che acuisce le diseguaglianze sociali ed economiche e colpisce in maniera più aggressiva dove si vive lavorando più del dovuto, in condizioni igienico-sanitarie malsane, in case piccole e sovraffollate, in quartieri inquinatissimi. Il COVID-19 non è stata una semplice malattia dell’essere umano, ma una malattia dell’ecosfera[4] perché nasce in un mondo dove la deforestazione, la cementificazione, l’industrializzazione selvaggia e gli allevamenti intensivi invadono gli ecosistemi naturali. Questa devastazione ambientale obbliga gli animali selvatici alla vicinanza con l’umano, così come i loro batteri e virus, favorendo la possibilità dello spillover (salto di specie). Inoltre le infinite e rapide connessioni internazionali ne consentono una diffusione globale.

Mentre leggevamo e studiavamo, provavamo a discuterne, ma il dialogo era problematico, non fluiva per la complessità del tema e la difficoltà ad affrontare le insidie della vita ai tempi della pandemia covid-19. Non siamo riuscitə ad avere idee chiare e condivise sull’utilità delle misure sanitarie imposte dai governi, su quali fossero le più importanti, su quanto ci si dovesse affidare solo al lockdown e al vaccino e quanto bisognasse invece lavorare su un approccio più sistemico alla questione. In Italia la discussione è stata violenta, così tanto polarizzata su fazioni opposte da non mostrarci la possibilità di  individuare soluzioni collettive e condivise. Sicuramente ci è parso lampante come la gestione della salute collettiva e la medicina possano essere armi di un potere enorme in mano agli Stati e di quanto questo sia in grado di entrare nelle nostre vite.

Lo scrivere questa introduzione ci ha preso molto tempo, proprio per la capacità di questo libro di mettere al centro quello che durante la pandemia in Italia era difficile discutere: il ruolo della salute nella costruzione di una società. Forse per noi discutere su questi temi risultava faticoso perché l’autonomia la vediamo troppo lontana e non siamo abituatə a viverla, quindi sognare insieme e mettere in campo soluzioni altre.

Ci è sembrato importante tradurre questo libro perché ci fa vedere di come la salute sia un campo di lotta, di come può essere uno strumento fondamentale all’interno di una cornice trasformatrice del presente, soprattutto di due organizzazioni politiche che rispettiamo per la loro traiettoria, le Pantere Nere e l’EZLN. Non per avere idee chiare su questi problemi, ma per desiderare di poter ribaltare tutto e riscriverlo da capo, dal basso e da sinistra. Solo sognando possiamo immaginare una società fatta di cura reciproca, dove la salute non sia una merce, ma un diritto di tuttə.  Solo costruendo organizzazione possiamo sognare insieme.

E leggere come le Pantere Nere sul tema della salute abbiano costruito un importante pilastro di emancipazione, significa aprirsi ad uno straordinario e storico esempio di organizzazione e di lotta. In che modo abbiano cercato e trovato forme di prevenzione e cura per problemi concreti che allo Stato non interessavano perché considerati problemi “solo dei neri”. Come abbiano saputo tradurre il proprio pensiero e la propria azione in organizzazione sociale dal basso, coniugando salute, denuncia e presa in carico delle proprie condizioni materiali. La clinica del popolo “Frank Lynch”, le Pantere Nere l’hanno costruita sulla terra su cui avrebbero dovuto edificare una super autostrada che avrebbe isolato e diviso il quartiere.

Le cliniche zapatiste sono nate prima dell’insurrezione armata, esempio di come la cura e la sua difesa fossero centrali per la riappropriazione delle proprie vite sottratte da 500 anni di colonialismo e di razzismo. Recuperare saperi ancestrali, appropriarsi dei saperi della medicina occidentale, integrarli, prevenire le malattie, riprendersi le terre rubate da Stato e latifondisti. Solo in questo modo potevano lottare per la vita. Perché se la lotta è per la vita, non può che essere una lotta per la salute. Ad oggi gli zapatisti e le zapatiste hanno costruito un sistema autonomo di cura che si avvale di sale operatorie, ambulanze per le emergenze, case di salute sparse nelle comunità, campagne di prevenzione e vaccinazione, laboratori di analisi. Inoltre un sistema di formazione, approfondendo temi come la salute pubblica, primo soccorso, fitoterapia e medicina ancestrale, educano promotorə di salute che si prendono cura della comunità.

Ma cosa possono insegnarci queste esperienze nel nostro contesto? Si deve costruire una sanità dal basso o si deve riconquistare il diritto gratuito alle cure? La strada da percorrere è autonoma ed indipendente dal Servizio Sanitario Nazionale oppure è fatta di vertenze e battaglie “interne”? Queste sono due posizioni in contraddizione o possono essere sviluppate in sinergia? Domande aperte che sta a tuttə noi rispondere collettivamente.

Infine,a scrivere questo libro è un  collettivo autonomo messicano critico del governo di Lopez Obrador, che dietro la maschera di governo di “sinistra” riesce a portare a compimento i piani di un’economia neoliberista.  Un collettivo non composto da professionistə della salute. Perchè la salute è delle persone che esse siano sanə o malatə, pazienti o dottorə.

Crediamo che solo attraverso percorsi simili si possa rispondere alle domande che ci ronzano per la testa, che il presente ci impone e che abbiamo voluto riportare in queste righe, nella speranza che la diffusione di questo libro ci aiuti a formulare risposte e a praticare nuove soluzioni.

Nodo Solidale

[1] Carovana dell’EZLN e del CNI che ha invaso l’Europa dal 11/06/2021 al 06/12/21 per condividere con i movimenti sociali europei le lotte e le forme di organizzazione e di resistenza contro il capitalismo estrattivista.
[2] Le analisi alla base di questi concetti e questi interrogativi sono esposte in importanti scritti come: Calibano e la strega di Silvia Federici, Nemesi Medica di Ivan Illich, Storia della follia in età classica di Michel Foucault.
[3] Horton R. Offline: COVID-19 is not a pandemic. Lancet. 2020
[4] Ernesto Burgio su Radio Onda Rossa

Per Saperne di più: link la traduzione di un Articolo di Raul Zibechi sull’edizione Messicana dal blog del collettivo internazionalista Carlos Fonseca.

Salute ribelle e movimenti anticapitalisti