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Corporazioni criminali e lotte per la vita

In attesa di un nuovo capitolo del Viaje por la Vida che vedrà, nel dicembre 2026, una delegazione di 1111 zapatist* muoversi verso Città del Messico per incontrare chi quotidianamente lotta per cercare i propri cari desaparecidos, pubblichiamo la traduzione dell’ intervento di Raúl Romero Gallardo durante il “Semillero Guerra contra la Humanidad”, incontro politico la Guerra contro l’Umanità (popolazioni e natura sotto assedio), convocato dalla Commissione Sexta dell’Ezln. CIDECI, San Cristóbal de las Casas, Chiapas. 23 de luglio 2026.

Buon pomeriggio a tutti, tutte e todoas.

Ringrazio vivamente i compagni dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, le basi d’appoggio dell’organizzazione, chi ci sta seguendo attraverso le trasmissioni in diretta dai puyes [NdT: i puyes – in lingua maya tseltal chiocciola o conchiglia di fiume – sono le nuove  zone di organizzazione politica e comunitaria delle comunità indigene zapatiste, che sostituiscono i vecchi “caracol”] e anche chi ci accompagna da altri paesi attraverso internet. Un ringraziamento al Capitano Marcos e al Subcomandante Moisés; oggi per me è un onore essere qui con voi.

Sono molto emozionato, e confesso di essere anche molto nervoso. Dopo tutto quello che si è detto in questo seminario, come anche questa mattina, pensavo di intervenire affermando di essere d’accordo con quasi tutto e chiudere così il mio intervento. Ma nonostante questo vi condividerò alcune questioni che spero possano essere di vostro interesse.

Appartengo ad una generazione che ha visto il Messico sommergersi nella barbarie e il mondo entrare in una profonda e grave crisi. Non fraintendetemi, non penso che il Messico o il mondo in precedenza fossero luoghi migliori, ma è necessario accettare che la guerra del capitalismo nei confronti dell’Umanità e dei Territori ci ha condotto verso un punto di non ritorno. Il 2006 è un anno che ha rappresentato per molti di noi un bivio: è l’anno in cui Felipe Calderón Hinojosa ha diffuso e intensificato la guerra in tutto il Messico. Col senno di poi, possiamo renderci conto che in verità quell’anno rappresenta solamente un tassello di una lunga guerra di sfruttamento e espropriazione. Ciò nonostante, è stato anche l’anno in cui diverse geografie del paese hanno cominciato a vivere la brutalità della guerra. Quella guerra che si viveva, con modi e intensità differenti nei vari territori del Messico, si è diffusa in tutti i boschi, foreste, mari, deserti, strade, scuole e posti di lavoro del paese. 

Dal 2011 in poi ho avuto l’opportunità di visitare diversi stati del paese. Durante questi viaggi ho conversato con membri di organizzazioni sociali, con famiglie in cerca di desaparecidos, con famiglie che hanno sofferto femminicidi, con famiglie di persone assassinate. Durante questi colloqui ho conosciuto la morte nelle sue forme più atroci, nelle modalità in cui è possibile arrivare ad assassinare la memoria stessa. Quei discorsi mi hanno fatto capire che in Messico si puo moriré piu volte: esiste la morte fisica, la morte per oblio e la morte di chi, non più in vita, viene perseguitato e colpevolizzato del proprio assassinio.

La maggior parte delle persone con cui ho conversato denuncia ripetutamente la complicità della polizia, dei governi locali e federali con il crimine organizzato. In alcuni casi hanno segnalato l’esistenza di legami diretti tra presidenti municipali, deputati, membri dei partiti politici e i gruppi criminali. Uno dei casi che ho potuto conoscere da vicino è quello di Melchor Flores Hernández, un giovane di 26 anni che lavorava in strada facendo la statua umana. Il Vaquero Galáctico, il personaggio interpretato da Melchor, è stato arrestato dalla polizia di Monterrey, Nuevo León, e poi consegnato ad un gruppo criminale. E da quel momento non si sa più nulla di lui.

Il caso di Melchor non è l’unico, esistono centinaia di casi simili. È grazie alle ricerche dei familiari delle stesse persone desaparecidas che si è potuto accertare che alcune di queste persone sono state vittima di tratta per essere condotte nei campi, coinvolte nel traffico di droga, utilizzate nella sicurezza dei gruppi criminali o vittima di sfruttamento sessuale. Si è arrivati persino a registrare la scomparsa selettiva di persone con specifiche conoscenze professionali: muratori sequestrati per costruire residenze e case di sicurezza dei cartelli, come anche specialisti di comunicazione per allestire reti di comunicazione non tracciabili, per citare alcuni esempi.

Le storie vissute nel tempo, così come il bisogno di comprendere cosa sta accadendo in Messico, hanno contribuito a diverse riflessioni che oggi voglio condividere con voi e che cercano di spiegare, da una prospettiva critica, il ruolo della criminalità organizzata in Messico e il contesto mondiale in cui si sviluppa. In conclusione del mio intervento, voglio condividere con voi anche ciò che chiamiamo “le lotte per la vita”, ovvero comunità politiche che hanno deciso di ribellarsi e di resistere ad un capitalismo che genera morte e devastazione, mettendo al primo posto la vita. Come hanno già detto gli zapatisti, a cui devo e a cui dobbiamo molto: “che muoia la morte imposta dal capitalismo, viva la vita che crea resistenza”. 

Il capitalismo criminale.

“Il capitalismo è disumano, crudele e criminale”, ci ha detto il Sup. Moisés qualche giorno fa. Il capitalismo nasce da un crimine e il crimine ne è una costante: conquista, colonizzazione, sottomissione, esproprio, sterminio, ecocidio. Ne sono la prova lo sterminio e la schiavizzazione delle popolazioni dell’America e dell’Africa per sostenere il processo di accumulazione di capitale.

Già è stato detto in questo tavolo: il sistema nasce grondando sangue, fango e merda. Ma questo sistema cerca anche di perfezionare i suoi metodi ed è proprio questo che è necessario studiare.

Come dicevo il 2006 segna un punto nevralgico per molti di noi. Si tratta dell’anno in cui Felipe Calderón, con il pretesto di combattere il narcotraffico, dopo la sua ascesa per mezzo di brogli e con un paese che stava vivendo una mobilitazione generale – ricordiamo che il Messico, a partire dagli anni precedenti al 2005 e 2006, viveva un periodo di grande fermento sociale – decise di lanciare la sua guerra “contro la criminalità organizzata”.  

Nel prossimo dicembre saremo a punto di compiere 20 anni dall’inizio di questa guerra  […].

Ma il narcotraffico non è un’invenzione né di Calderon né dei suoi consulenti stampa, anche solo se fosse per ottenere consenso o per soffocare la mobilitazione popolare. Il narcotraffico era, ed è, un problema reale in Messico, un’attività economica che ha affermato la propria presenza sul territorio nazionale fino a convertirsi in una importante fonte di profitti. Ma il narcotraffico rappresenta solo una delle attività di un problema di portata generale e globale: ciò che siamo arrivati a nominare capitalismo criminale. Oggi dopo quasi 20 anni di guerra “contro il narcotraffico”, la società messicana si trova sommersa nella barbarie più assoluta: oltre 135mila persone desaparecidas, oltre 500mila persone assassinate e oltre 380mila persone vittime di sfollamento forzato dalle proprie abitazioni e dai propri luoghi di origine, secondo i dati più prudenti. Non si tratta di cifre, parliamo di storie mozzate, di famiglie violentate, di sogni stroncati.

Nonostante ciò, il narcotraffico non solo non si è indebolito ma, al contrario, si è rafforzato e diffuso in tutto il paese, come anche in altri paesi, mentre in contemporanea si è inserito e ha dato vita a nuovi affari.

Come diceva il Subcomandante Insurgente Marcos, la Quarta Guerra Mondiale è una guerra contro l’umanità e per la diffusione universale del mercato. Si distruggono e si spopolano territori. Quando si fa la guerra bisogna distruggere i territori, convertirli in deserti, non con un fine distruttivo, ma piuttosto per poi ricostruire e riorganizzare. Diceva il defunto [NdT: il Sub. Marcos] che, nella Quarta Guerra Mondiale, si sviluppa fino all’estremo il concetto di “guerra totale”: non si tratta solamente di una guerra che si estende ad ogni fronte, ma di una guerra che è ovunque, una guerra totalizzante che mette in pericolo il mondo intero. Oggi “guerra totale” significa qualcosa che può avvenire in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, in ogni circostanza. E diceva anche che in questa guerra, in questa Quarta Guerra Mondiale, il ruolo degli eserciti nazionali diventa quello di funzionare come polizie locali. Quanta accuratezza nelle parole del defunto.   

[…]

Il narcotraffico non è niente di più che un anello di una catena molto più complessa: l’esistenza di un capitalismo criminale nato per rendere l’economia più dinámica attraverso la guerra, per facilitare processi di espropriazione e accumulazione, per eliminare le resistenze e la manodopera sacrificabile, mentre in contemporanea si producono strategie di controllo della società attraverso la paura e il terrore.

Non voglio soffermarmi più di tanto sul tema della militarizzazione, sulla strategia adottata già prima di Calderón, che continua ad essere adottata oggi dalla autodefinita Quarta Trasformazione [NdT: il governo del partito di Morena, nel primo sessennio di Andres Manuel Lopez Obrador e adesso di Claudia Sheinbaum]. Però permettetemi solamente una riflessione. La presenza dell’esercito messicano in operazioni antidroga non ha comportato in nessun modo una riduzione degli affari, ma al contrario il narcotraffico si è trasformato in una prospera impresa, di respiro internazionale, in grado di ampliare i propri rami d’impresa. Anzi, nei luoghi dove l’esercito è stato spedito per “salvaguardare la sicurezza”, la criminalità organizzata è cresciuta maggiormente, come è possibile osservare in Guerrero, Michoacán, Chiapas, Sinaloa, e nel paese intero. La militarizzazione della sicurezza pubblica è una falsa soluzione che in realtà non risolve niente e che, piuttosto, è parte della stessa strategia.

Come spesso accade quando si parla di problematiche sociali, non è stata l’accademia universitaria la prima a comprendere l’ascesa  e il ruolo della criminalità organizzata in Messico. Si tratta invece di un lavoro che è stato portato avanti dal giornalismo locale, dalle organizzazioni politiche di base, insieme anche ad artisti locali che, attraverso romanzi, racconti, poesie, opere teatrali, canzoni, hanno cominciato a raccontare le trasformazioni nelle dinamiche economiche, sociali e culturali delle popolazioni colpite dal crimine organizzato, per poi proseguire con la narrazione degli orrori che mano a mano si sono imposti nelle loro geografie. […]

È a causa di questa diffusione di denunce da parte di giornalisti della stampa locale, organizzazioni politiche e artisti, che è avvenuto un incremento della violenza proprio contro giornalisti locali, attivisti per i diritti umani, difensori del territorio e militanti di base. Diventati bersaglio della violenza della criminalità organizzata, come anche dello Stato.

La criminalità organizzata è internazionale. È un affare che coinvolge banchieri, politici, fabbricanti di armi, l’industria della cultura, agenti di dogana, la polizia federale e statale, eserciti e gruppi criminali. Per questo guardare al narcotraffico come un’attività isolata, slegata da altre attività e dalla funzione che svolge nell’economia regionale e globale, rappresenta un errore indotto che non permette di avere una visione d’insieme del fenomeno senza prendere in considerazione le differenti parti che lo compongono.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, la criminalità organizzata internazionale è caratterizzata dall’agire in più di uno Stato e comprende, virtualmente, tutte le attività criminali compiute col fine di lucro e con coinvolgimento internazionale. Il crimine organizzato è internazionle e comprende più di 20 tipologie di reati tra cui spiccano il ricilaggio di denaro, il sequesto, il traffico di armi, il traffico di persone senza documenti, la tratta di persone, il narcotraffico, il furto di combustibile e un esteso eccetera. 

La criminalità organizzata internazionale si è consolidata negli ultimi 50 anni come una ruggente industria capitalistica, capace di massimizzare introiti e generando processi di accumulazione di capitale. Possiamo osservare la sua crescita a partire dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, anche se la sua espansione si sovrappone esattamente al processo di globalizzazione del capitale che si è dato negli anni ’80, del quale il boom della cocaina è stato uno degli aspetti detonanti. Attenzione, non è che prima non esistessero economie illecite, o criminali, o che il mercato della droga non avesse una storia antichissima. Quanto segnaliamo qui però, ha a che vedere con la diffusione globale e con la complessizzazione del capitalismo criminale, come anche la sua diversificazione in distinti ambiti della produzione.

Attraverso lo sviluppo di processi di innovazione tecnologica e dispute geopolitiche, il capitalismo criminale è riuscito a consolidarsi come un pilastro del sistema. Secondo i dati della stessa agenzia dell’ONU, nel 2009, il crimine organizzato internazionale ha generato un guadagno di 870mila milioni di dollari nel mondo intero, corrispondente al 1.5% del Prodotto Interno Lordo Mondiale. Per spiegarlo in maniera più chiara, l’equivalente di oltre 100 volte il budget di spesa pubblica del Chiapas per il 2006 o a 253 volte il budget a disposizione dell’UNAM (Università Nazionale Autonoma del Messico; NdT) per lo stesso anno. Tra gli affari più redditizi del 2009 segnaliamo il commercio di cocaina e eroina, il traffico illegale di armi e il traffico illecito di risorse naturali. Dal 1,5%, del 2009, siamo passati al 3,6% del Prodotto Interno Lordo Mondiale per l’anno 2012. 

Senza dubbio possiamo segnalare che il problema è cresciuto molto e in breve tempo. Secondo l’Indice Globale della Criminalità Organizzata del 2025 «i criminali godono di una mobilità sempre maggiore e tra di loro esiste un coordinamento a livello internazionale sempre più stretto. Gli attori del settore privato svolgono un ruolo sempre più significativo nelle economie illegali, dovuto soprattutto alla facilitazione di attività illegali come ad esempio nel settore della logistica, della finanza e delle tecnologie». Oggi i crimini finanziari e cibernetici si trovano al primo posto tra le attività della criminalità organizzata. Un esempio sono quei messaggi che vi arrivano dicendo «avete vinto una lotteria», e attraverso cui uno finisce per consegnare le proprie credenziali della banca, o le mail che arrivano dicendo «avete ricevuto l’eredità di una nonnina di Hong Kong», che appartengono al tipo di crimini attualmente più diffusi. Oggi i crimini finanziari di questo tipo, insieme alle estorsioni, sono tra le fonti di maggiori redditi per la criminalità organizzata.

Bisogna fare attenzione anche ai dati truccati che ci vengono presentati ogni mattina durante la conferenza stampa della presidente [NdT: Conferenze mattutine della Presidente della Repubblica Messicana Claudia Sheinbaum], e comprendere che la riduzione della violenza, che in ogni caso non sta avvenendo, non corrisponderebbe necessariamente ad un indebolimento del capitalismo criminale. Oggi si parla delle “forme invisibili della criminalità organizzata”, le frodi cibernetiche, la manipolazione, l’estorsione senza la necessità della coercizione fisica, il furto d’identità. Offerte di lavoro fraudolente, che sono strategie di reclutamento forzato come esca per ridurre in schiavitu a fine di sicariato, di sfruttamento sessuale o per qualsiasi altro tipo di orrore. 

Parlando della violenza, vale la pena sottolineare che, anche all’interno del capitalismo criminale, esistono forme di distribuzione diseguale della violenza. Mentre alcuni paesi mettono le pallottole, in altri mettiamo i morti. Mentre alcune regioni si aggiudicano le banche che lavano il denaro, in altri viviamo il dramma di migliaia di persone desaparecidas. Mentre alcuni paesi vivono una crisi per l’abuso da consumo di sostanze, in altri viviamo le fosse clandestine e i centri di reclutamento forzato. Nel 2011, lo scrittore Eduardo Galeano ha segnalato che il Messico «è vittima dell’ipocrisia del narco sistema universale, dove alcuni mettono il naso, mentre altri mettono i morti, dove alcuni dichiarano guerra e altri ricevono gli spari». La logica delle metropoli e delle colonie può essere riscontrata anche all’interno del capitalismo criminale. Siamo noi dei paesi del “sud”, i “paesi sottosviluppati”, che stiamo vivendo le conseguenze peggiori del narcotraffico.

Dagli affari del crimine organizzato si guadagna molto denaro. E questo denaro, per rientrare “pulito”, necessita di essere lavato in un paradiso fiscale. Le informazioni venute alla luce nei Panama Papers o nei Pandora Papers, sono appena la punta dell’iceberg del problema di cui sono protagoniste élite politiche, impresari e personaggi dello spettacolo. Molto di questo denaro viene utilizzato anche per investimenti nell’industria immobiliare, nelle scommesse, e nelle aste d’arte. Il lavaggio di denaro ha trovato nell’intelligenza artificiale e nelle criptovalute un nuovo modo di continuare a “ripulirsi”.

Ma il problema è ancora più grande. Dal 2017, secondo una ricerca del Congresso Messicano (con dati molto conservativi) l’economia criminale rappresenta per il Messico il 10% del Prodotto Interno Lordo, distribuito nella seguente maniera: tra il 40 e il 45% dal traffico di stupefacenti; tra il 30 e il 32% dai proventi del traffico di persone; quasi il 20% dalla pirateria; mentre il resto proviene da sequestri, estorsioni, etc. Questo sta a significare che la vendita di stupefacenti ha mosso tra i 60 e i 70 mila milioni di dollari annuali. Nonostante ciò il problema più grande è che il crimine organizzato dava lavoro, in quel momento, ad un numero di persone compreso tra le 450 e le 500mila. Un numero superiore di tre volte al personale impiegato da Petróleos Mexicanos. O quasi due volte e mezzo il numero di persone che lavorano per Walmart.

Insistiamo dunque, nel dire che il crimine organizzato non è un’anomalia ma piuttosto un prodotto completamente funzionale al sistema capitalista. Di fatto, credo che sia la sua espressione più compiuta.

Le corporazioni criminali.

Affinché il capitalismo criminale funzioni, ha costituito imprese criminali o quelle che di seguito chiameremo corporazioni criminali. Gli eserciti che hanno conquistato l’America e l’Africa, come quelli di altri popoli che conquistarono l’Europa, hanno sottomesso le popolazioni riducendo in schiavitù, rubando e uccidendo. Si è trattato di veri e propri genocidi, che si continuano a commettere, all’interno del processo di accumulazione di capitale.

La violenza, la sottomissione, il saccheggio e l’esproprio di territori accompagnano questo processo fin dalla nascita del capitalismo. Questo processo successivamente è stato istituzionalizzato nello Stato di Diritto, chiamato dal vecchio topo di biblioteca [NdT. riferimento a Karl Marx indicato nel testo originale come “el viejo topo”] come «legislazione sanguinaria a scapito degli espropriati». Se volessimo ricercare le radici delle corporazioni criminali dovremmo risalire giusto a quegli eserciti conquistatori e colonizzatori che, commettendo crimini, hanno permesso l’accumulazione originaria di capitale.

Senza dubbio la forma più recente, o piu moderna, dell’antecedente delle corporazioni criminali sono le mafie. Il loro modo di organizzarsi era abbastanza artigianale e somigliava al funzionamento dei piccoli borghi che hanno potenziato lo sviluppo del capitalismo. Si trattava di gruppi organizzati in forma corporativa, composti principalmente da famiglie e reti di famiglie che condividevano una stessa identità, distribuite su porzioni di territorio limitate e con una divisione del lavoro quasi nulla. Attraverso i processi di industrializzazione e internalizzazione di capitale, le mafie, sono riuscite a trovare nuove sacche economiche di lavoro da sfruttare. Mentre le mafie crescevano economicamente e territorialmente, hanno incontrato la necessità di stabilire alleanze con altre mafie con l’obiettivo di scontrarsi con altri gruppi criminali, di ampliare le proprie zone d’influenza o di accedere a altre reti che potessero fornire impunità e sicurezza. Ad esempio è così che negli Stati Uniti nasce il Sindacato Nazionale del Crimine, di cui Al Capone è stato una figura emblematica. Una specie di confederazione capace di articolare differenti mafie di tutti gli Stati Uniti.

Le articolazioni nazionali e internazionali delle mafie in questo modo hanno potuto evolversi, sempre secondo le esigenze del mercato, fino a convertirsi nelle corporazioni criminali che oggi conosciamo. Queste corporazioni hanno goduto dei benefici del processo di globalizzazione, riuscendo ad ottenere una complessa rete di portata mondiale capace di penetrare in differenti stati nazionali.

Proprio come le corporazioni economiche più raffinate, quelle criminali, si organizzano in reti che garantiscono fluidità e flessibilità. Sebbene all’interno di ciascun nodo l’organizzazione solitamente è estremamente gerarchica, la relazione tra i diversi nodi si fa più orizzontale nel rispetto, in ogni caso, degli interessi della rete criminale. Per questo non serve a niente arrestare “il capo” [NdT, la testa] dei traffici di droga, o arrivare a processare il politico di turno colluso con la criminalità organizzata, e ancora meno quando un banchiere viene multato per lavaggio di denaro. La rete rimane intatta perché attaccarla alla radice vorrebbe dire attaccare il capitalismo stesso.

Anche all’interno del capitalismo criminale si forma una élite criminale, che interagisce con il resto delle borghesie transnazionali, che potremmo chiamare borghesia criminale. Come qualsiasi borghesia, la borghesia criminale, cerca di accrescere il proprio potere e la propria ricchezza, di conservare i propri privilegi e di garantirsi la propria impunità per mezzo dello Stato. Di fatto ha interesse nel mantenere il controllo di una data infrastruttura per continuare a svolgere attività criminali ed è così che si va configurando un tipo di Stato criminale o una forma statale criminale. Se le corporazioni criminali sono l’espressione più concreta del capitalismo criminale dal punto di vista economico-finanziario, dal punto di vista politico-giuridico la forma criminale dello Stato è la struttura che si materializza attraverso questo tipo di capitalismo.

Le corporazioni criminali sono anche dotate di bracci armati, la faccia più visibile di queste organizzazioni: veri e propri eserciti composti quasi sempre da uomini poveri, dove a volte sono presenti anche donne e bambini. Il nemico si presenta così, o almeno così ci viene rappresentato, come un giovane povero, violento, armato e pericoloso, che è necessario eliminare per ripristinare l’ordine. In realtà le grandi operazioni contro il crimine organizzato sono tutt’ al più operazioni contro i bracci armati del crimine organizzato, che vengono dipinti dalle grandi produzioni televisive con armi, denaro, droghe e vengono raccontati come l’incarnazione del male.

Così la strategia televisiva, quella mediatica e quella narrativa che tanto hanno avuto risalto, rappresentano solo una parte, nascondendo i veri ricchi che si arricchiscono, lasciatemi passare la ridondanza, attraverso la criminalità organizzata. Non ci vengono mostrati i ladri col “colletto bianco”, come non vedremo mai cadere i grandi imprenditori che, se mai una volta arriverà a cadere uno di loro, saranno giudicati per reati differenti dal crimine organizzato. Esattamente come è successo nel 2015 con la FIFA e il FIFAgate, dove le accuse sono state di “sottrazione di risorse” mentre in verità si trattava di lavaggio di denaro, il che contribuisce ugualmente a rafforzare le corporazioni criminali.

Le corporazioni criminali competono tra di loro per i mercati, per controllare rami della loro stessa industria, per il territorio, per le vie e per i mezzi di comunicazione, per espandere la propria influenza su di altri affari, come il “huachicol del bienestar” [NdT. il furto di combustibile e petrolio dagli oleodotti], l’estrazione mineraria e il paramilitarismo. In questa sfida per il controllo di mercati e territori, le corporazioni criminali non solo si affrontano tra di loro con i loro eserciti privati ma, in alcune occasioni, conformano alleanze con altre corporazioni nazionali o internazionali. Quelle istituzioni dello Stato che gli permettono di agire. E che, a volte, vendono alle corporazioni militari i propri servizi come “surrogati di polizia”, come nel caso del gruppo criminale dei Zetas che, nel 2006, sono state utilizzate dal governo di Ulises Ruiz per combattere l’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca.

La forma criminale dello Stato

Lo Stato messicano non sta fallendo né abdicando ai propri compiti in tema di sicurezza. Ciò che succede è che si è progressivamente adattato alle esigenze di questo tipo di capitalismo criminale. […] Il traffico d’organi, di manodopera e di risorse naturali sono le pratiche che lo Stato Messicano rende possibili. E soprattutto a cui garantisce impunità. Affinché il sistema possa continuare a generare più introiti possibili al minor costo possibile.

In Messico esistono due rami del capitalismo che hanno contribuito a rifunzionalizzare lo Stato. Il capitalismo criminale e il capitalismo estrattivista: quello dei megaprogetti e quello che continua a promuovere “lo sviluppo” per il paese intero.

Anche le corporazioni militari partecipano alla disputa per la materializzazione dello Stato. Sarebbe a dire, a favore delle istituzioni e dei governi. Non si occupano solamente di finanziare campagne elettorali o di utilizzare i propri alleati appartenenti alla classe politica, ma divengono esse stesse parte delle istituzioni: così oggi possiamo vedere deputati, presidenti municipali, segretari di governo e altre figure ancora, che hanno un legame diretto con le corporazioni criminali.

La criminalità di Stato, che è il modo in cui definiamo questa riconfigurazione dello Stato Messicano al servizio del capitalismo criminale, ha come caratteristica quella di coadiuvare la dissoluzione delle frontiere tra ciò che è legale e cio che e illegale, tra istituzioni e criminalità. Peggio ancora, l’illegale si trasforma in legale per continuare a riprodursi.

Nell’ambito del capitalismo criminale, e della criminalità di Stato, i vecchi campi di concentramento dei fascismi e delle dittature militari hanno subito una rifunzionalizzazione per essere utilizzati come centri per il lavoro schiavile. Le testimonianze dei migranti, uomini e donne che hanno subito sequestri, o che sono stati arrestati per essere sottomessi allo sfruttamento lavorativo o sessuale, raccontano proprio questo. Nella maggioranza di queste testimonianze ricorre la partecipazione della polizia, di governanti o membri di differenti partiti politici. Come abbiamo già detto in precedenza, le corporazioni criminali non sfruttano solamente i territori ma anche i corpi. Così i governi e gli stati delle nazioni dove il capitalismo criminale è più sviluppato, arrivano a convertirsi in veri e propri apparati, di una guerra, contro la propria società.

Ma purtroppo anche le corporazioni criminali hanno la propria base sociale. Negli ultimi tempi abbiamo visto come molti giovani, in diverse parti del paese, trovano nel crimine organizzato uno strumento di mobilità sociale, uno strumento attraverso cui ottenere un determinato stile di vita, una sorta di catalizzatore di un desiderio [NdT, sociale]. In alcuni casi ci viene detto: vivere poco e guadagnare bene. Così l’impiego nel crimine organizzato è diventato un modo di ottenere un reddito, anche se molte volte si tratta di un tipo di impiego sotto pressione e sotto minaccia e che solo in alcuni casi viene scelto di propria volontà. 

Affinché una corporazione criminale funzioni ha bisogno di contabili, avvocati, medici, esperti di comunicazioni, banchieri, politici, trasportisti, poliziotti, militari, paramilitari, diplomatici, agenti di dogana, chimici, fabbricanti di armi, lavoratori della costruzione, fabbricanti di auto blindate, veterinari per i loro esotici animali da compagnia, piloti di droni e un’infinità di altre mansioni utili. Tutte persone che, attraverso la forza, per ambizione o per non avere altre opportunità, finiscono a lavorare in queste corporazioni.

Se a questo aggiungiamo il deterioramento del tessuto sociale, la distruzione delle comunità a vantaggio del capitale e degli individui, la convivenza quotidiana con il terrore, con fosse clandestine e con ogni altro tipo di orrore, ecco che si produce la normalizzazione della violenza.

Non voglio parlare dell’espropriazione, perché se n’è già parlato molto, ma più che altro voglio sottolineare che l’espropriazione è l’ennesima faccia complementare delle corporazioni criminali. È proprio da lì che possiamo notare come vengono realizzati progetti come il Corridoio Interoceanico, per la cui realizzazione vediamo materializzarsi prima di tutto queste corporazioni criminali. Lì dove vediamo progetti simili al Tren Maya, sono proprio loro ad arrivare per prime. Potremmo dire che funzionano come anticamera dello sviluppo: distruggere per riorganizzare, fare piazza pulita dalle resistenze per installare i progetti del capitale eliminando ogni resistenza.

Le lotte per la Vita

Ma di fronte a tutto ciò, si resiste. Di fronte a questo processo di ricolonizzazione del capitale, intrapreso per mezzo del capitalismo criminale e del capitalismo estrattivista, la lotta dei popoli, di comunità e collettivi che rivendicano la vita ha assunto un’enorme importanza.

In passato, gruppi conservatori hanno utilizzato l’espressione «in difesa della vita» per opporsi alla legalizzazione dell’aborto o alle relazioni tra persone dello stesso sesso. Una strumentalizzazione moralista, patriarcale e eteronormativa si nascondeva dietro a queste argomentazioni. In maniera opposta, oggi, le lotte per la vita rivendicano la lotta come un modo per denunciare e opporsi alla morte imposta dal capitalismo, rivendicando contemporaneamente la vita non solo per il genere umano, ma anche per altre specie, per la natura e per i territori.

Forse è proprio il Primo Incontro Internazionale per l’Umanità e Contro il Neoliberalismo, convocato dall’EZLN nel 1996, ad aver segnato un passo in avanti permettendo alla lotta per la vita di assumere una connotazione sovversiva e anticapitalista. Durante il discorso di benvenuto, il Comandante David ha segnalato, a nome del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, che «il capitalismo è un sistema che produce morte e non vita, perché è un sistema di oppressione e sfruttamento», aggiungendo «che il neoliberalismo è un progetto di distruzione e morte per i poveri del mondo, perché è attraverso questo progetto che cercheranno di porre fine, di distruggere e saccheggiare la ricchezza dei nostri».

Da quel momento, la lotta per la vita è diventata la bandiera di molte organizzazioni, reti, collettivi, persone, oltre che essere assunta come rivendicazione in altri luoghi del pianeta. Tra queste resistenze che sono molte, di differente tipo e con modi di organizzarsi differenti, ci sono due casi a cui voglio dare risalto. Il primo, sono i movimenti per la difesa della terra e del territorio, mentre il secondo sono i movimenti dei/delle buscadoras, di madri che hanno vissuto l’assassinio di figli e figlie, di persone che stanno affrontando l’assassinio e la desaparicion di qualche familiare o di una persona a loro cara.

Una delle caratteristiche più emblematiche delle lotte per la vita è la rivendicazione della vita per l’umanità intera e per il pianeta intero, degli esseri umani e di ciò che li circonda, degli esseri non umani, rivendicando la vita nel senso più ampio del termine, non solo in riferimento agli esseri viventi, ma anche come culture vive: un mondo dove possano trovare spazio molti mondi.

I movimenti in difesa del territorio sono la risposta dei popoli e delle comunità all’esproprio di terre e territori per essere dati in concessione alle corporazioni legali e criminali, per essere sfruttati con miniere, attraverso la costruzione di complessi immobiliari e turistici, o per la commercializzazione di legname pregiato, per citare solo alcune delle molte risorse della natura di cui cercano di appropriarsi. Generalmente i movimenti per la difesa della terra e del territorio sono composti da popoli, tribù o nazioni indigene che resistono da oltre 500 anni contro lo sfruttamento e la dominazione. Tra le loro fila ci sono anche comunità e villaggi contadini. Tutti luoghi dove la forte tradizione comunitaria da priorità al noi.

Ma ci sono organizzazioni e persone che lottano per la vita anche nelle città e nelle università. Collettività di persone, accademici, giornalisti e organizzazioni non governative che hanno preso coscienza delle cause e delle conseguenze della distruzione della natura. Sebbene il problema riguardi l’umanità intera, sono state le popolazioni indigene a metterlo in evidenza e, partendo da lì, molti altri di noi hanno intrapreso a loro volta quella lotta che ha iniziato a diffondersi in tutto il pianeta.

La guerra che stiamo vivendo attualmente in Messico, come detto precedentemente, tra le altre cose cerca di generare quelle che Jorge Weinstein chiamava “società in dissoluzione”: popolazioni che vivono totalmente indifese e che si convertono in non società, per permettere il via libera al saccheggio delle proprie risorse naturali. Così i movimenti in difesa della terra e del territorio stanno scommettendo su una risocializzazione proponendo una logica di re-comunalizzazione che permetta di generare antidoti alle non società o alle società in dissoluzione”.

È per questo motivo che, attraverso i bracci armati della criminalità organizzata, sono proprio quelle popolazioni che difendono i territori dal basso a subire la violenza più accanita. Sono i popoli e le organizzazioni di base, comunitarie, indigene e contadine a subire questa guerra prodotta dalla criminalità organizzata.

D’altra parte, i movimenti delle “vittime” – come sono stati definite, ma che non si esauriscono in questo termine – in Messico hanno cominciato a fiorire nel contesto della guerra sporca o del terrorismo di Stato. Ricordiamo in quella fase il Comitato Eureka e, molto più tardi, pur rivendicando anche le vittime di quel periodo, i movimenti Hijos por la Identidad e Justicia contra el Olvido y el Silencio. Negli anni Novanta, anche l’Organizzazione Civile Las Abejas ci ha aiutato a comprendere come lo Stato stesse uccidendo la propria popolazione come forma di repressione politica. Naturalmente, le madri di Ciudad Juárez e anche organizzazioni come Nuestras Hijas de Regreso a Casa hanno posto un accento particolare su queste forme di violenza. Nel primo decennio del XXI secolo, il movimento delle vittime in Messico ha acquisito nuova forza.

Attraverso la scusa dell’insicurezza — ed è per questo che dobbiamo stare attenti a come analizziamo il problema della criminalità organizzata: non è un problema di insicurezza, non è un problema di traffico di droga, è un problema insito nel capitalismo —, diversi settori imprenditoriali, sostenuti da media come Televisa e TV Azteca, hanno indetto mobilitazioni con lo slogan «Basta ai rapimenti», per esigere sicurezza dallo Stato messicano. Fin dalle loro origini, questo tipo di movimenti ha avuto connotazioni profondamente elitarie. Non solo erano guidati da imprenditori, vittime dell’insicurezza, ma chiedevano inoltre allo Stato il «pugno di ferro» contro la criminalità organizzata. Come c’era da aspettarsi, lo Stato ha opportunamente fatto proprio quel discorso come scusa per dispiegare forze di polizia e militari in tutto il Paese. Purtroppo, questo tipo di movimenti è servito ad accompagnare la strategia statale di militarizzazione, sotto la bandiera della guerra al narcotraffico e contro l’insicurezza.

È nel 2011 che un potente movimento ha attraversato l’intero Paese ribaltando la narrazione del tema. Il centro del problema non era più solo l’insicurezza, ma il modo in cui lo Stato stava cercando di affrontarla. All’insegna della giustizia per le vittime e della fine della guerra, il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità è riuscito a rompere l’assedio mediatico e a contrastare il discorso ufficiale, contribuendo al tempo stesso a spiegare la logica tanto sistemica quanto regionale del conflitto.

Proprio in quello stesso anno, il 2011, la tristezza e la disperazione stavano consumando María Herrera. I suoi figli, Raúl e Salvador, erano scomparsi nello Stato di Guerrero nel 2008. Successivamente, nel 2010, altri due dei suoi figli, Luis Armando e Gustavo, erano stati anch’essi vittime di desaparición, questa volta nello Stato di Veracruz. María li cercò con ogni mezzo possibile. Si rivolse a tutte le autorità governative competenti incontrando solo silenzio e disprezzo. Con la speranza ormai quasi svanita, María venne a sapere dalla stampa che centinaia di persone stavano percorrendo il Paese alla ricerca dei propri familiari scomparsi, denunciando la politica di morte e distruzione. Decise così di recarsi a Morelia, nello Stato di Michoacán, per ascoltare ed essere ascoltata. Lì ha incontrato molte altre persone che, come lei, stavano cercando i propri familiari. Ha capito che la sua tragedia era condivisa. È così che María si è unita al Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità.

María da quel momento ha partecipato a ogni sorta di iniziativa di coordinamento e dialogo. Ha visto nascere e scomparire diverse organizzazioni. Ha incontrato tre presidenti. Ha promosso la legge sulle vittime e poi ha protestato contro l’inefficienza della Commissione esecutiva per l’assistenza alle vittime. Ha anche partecipato ai forum di pacificazione promossi dal governo di Andrés Manuel López Obrador e ha assistito allo sfacelo in cui si sono trasformati. María ha ascoltato le promesse di molte persone di diversi partiti e governi, ma nessuno le ha restituito i suoi figli.

Insieme ai familiari e alle persone che la sostengono, María ha fondato l’organizzazione Familiares en Búsqueda María Herrera. Ha inoltre promosso la Red de Enlaces Nacionales: uno spazio di coordinamento dei familiari delle persone desaparecidas che ha come obiettivo principale quello di ritrovare e restituire alle proprie famiglie tutte le persone scomparse in Messico. Da questi spazi è nata la Brigada Nacional de Búsqueda, attiva ormai da diversi anni. Si tratta di un esercizio di autonomia di fronte alla complicità e all’inefficienza del governo.

Concedetemi di raccontarvi un’altra storia, quella di Jesús Israel. Nel luglio 2011, Israel Moreno Pérez aveva 20 anni e studiava geografia presso la Facoltà di Filosofia e Lettere dell’UNAM. Influenzato dalla letteratura che lo affascinava in quel periodo, Israel decise di fare un viaggio a Oaxaca. Fu così che il 4 luglio uscì di casa con uno zaino e un paio di libri. Il giorno dopo si fece vivo con la sua famiglia: era arrivato a Monte Albán. Successivamente, il 6 e il 7 dello stesso mese, era a Puerto Escondido e in seguito si spostò a Chacahua, da dove si mise in contatto per l’ultima volta. Non ricevendo più notizie, i suoi genitori iniziarono il tormentato compito di cercare un figlio scomparso.

Carlos, padre di Israel, si diresse a Oaxaca. Si recò in vari uffici, chiese udienze, utilizzò tutte le risorse a sua disposizione. Fu solo quando si rivolse alla stampa che le autorità locali iniziarono a occuparsi del suo caso. Il 22 dicembre 2011, l’ex procuratore generale di Oaxaca informò Carlos che tutto indicava che Israel fosse stato aggredito e ucciso. Ma la famiglia di Israel non credette a quella versione, soprattutto perché non ebbe mai accesso al corpo di colui che si supponeva fosse loro figlio.

Così con mezzi propri, la famiglia di Israel ha continuato le ricerche, fornendo al contempo prove per smentire la versione ufficiale. Con il sostegno di organizzazioni indipendenti per i diritti umani, hanno portato il caso di Israel davanti al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, organismo che nel 2019 ha concluso che lo Stato messicano ha violato i diritti umani dello studente, sia per non aver avviato immediatamente le ricerche, sia per aver condotto un’indagine basata su testimonianze contraddittorie e prove fabbricate. Oggi, a nove anni dalla scomparsa di Isra, la sua famiglia e le organizzazioni che la sostengono continuano ad esigere alla Procura Generale della Repubblica di farsi carico del caso.

La lotta contro la desaparición di persone è stata una causa portata avanti principalmente dalle famiglie direttamente colpite, così come la difesa del territorio è stata una lotta condotta soprattutto dalle popolazioni indigene. In alcune occasioni, le madri e le famiglie in cerca dei propri cari possono contare sul sostegno di organizzazioni per i diritti umani o di organizzazioni politiche. Di recente, anche le reti dei movimenti di donne hanno affiancato le madri e le famiglie in cerca dei propri cari. Le ripercussioni psicosociali e i problemi economici derivanti dalla scomparsa di un familiare sono gravi, ma le famiglie resistono, si organizzano, cercano insieme, affiggono manifesti, si stringono l’un l’altra.

I terribili fatti del 26 e 27 settembre 2014 nella città di Iguala, nello Stato di Guerrero, ai danni degli studenti della Scuola Normal Rural di Ayotzinapa e la conseguente lotta intrapresa dalle loro famiglie, che continuano ancora oggi a lottare per ritrovarli, nonostante lo Stato e la sua Commissione Nazionale per i Diritti Umani li continuino a ostacolare o a colpire direttamente, costituiscono una fase in cui la lotta dei movimenti e delle organizzazioni delle persone in cerca dei propri cari e delle vittime passa a un livello successivo: «Fue el Estado» [NdT. E’ stato lo Stato] è lo slogan che hanno ribadito, rivelando che l’avversario non era più una figura indefinita, non era più il narcotraffico, non era più la criminalità organizzata, ma era quella stessa forma criminale dello Stato posta al servizio delle organizzazioni criminali. L’avversario non era più indefinito: si chiamava capitalismo criminale e utilizzava lo Stato per riprodursi ed espandersi.

Oltre alle popolazioni indigene e a tutta una rete di persone che difendono il territorio, insieme alle madri e alle famiglie alla ricerca dei propri cari, occorre anche segnalare le carovane di persone migranti.

Accanto a tutti loro – le carovane di migranti, le madri e le famiglie alla ricerca dei propri cari, i popoli indigeni – ci sono i giovani e le infanzie, le lavoratrici del sesso che si recano a Città del Messico anche per rivendicare il proprio territorio, il magisterio ribelle [NdT. maestri e maestre ribelli), le cooperative del caffè, le librerie e le case editrici indipendenti, le organizzazioni non governative oneste. E poi Cuba, sempre Cuba, Open Arms, il Venezuela che resiste, la Palestina che resiste. Organizzarsi è parte della costruzione di una comunità politica. Non sempre esistono comunità che condividono un territorio, ma stiamo costruendo altri tipi di organizzazioni, altri tipi di comunità, altri tipi di collettività che sono impegnate a costruire qualcosa di diverso, che sono impegnate a fermare la barbarie.

Siamo un’immensa rete di ecosistemi che difende il territorio, che resiste e si ribella contro questo sistema, mettendo al centro la vita.

Da parte mia, sono membro di un’organizzazione chiamata Rete Universitaria Anticapitalista (RUA), una piccola organizzazione composta principalmente da donne, molte delle quali giovani, compagne che hanno deciso di organizzarsi per accompagnare e riconoscersi come soggetti che, attraverso l’arte e la lotta, sostengono i popoli, le madri e le famiglie in cerca dei propri cari. Con la RUA abbiamo organizzato concerti, festival, laboratori, abbiamo accompagnato mobilitazioni, siamo state presenti anche alle cascaritas por la memoria [NdT. partitelle di calcio popolari e di strada nel contesto del Mondiale 2026] e abbiamo scommesso anche sulla danza e sulla gioia. È un piccolo sforzo, non è abbastanza, ma ci stiamo organizzando. 

E proprio come i compagni e le compagne della RUA, ci sono innumerevoli collettivi che si stanno organizzando, che si organizzano ormai da anni, e che, proprio come quel fiume di cui un tempo ci parlò il vecchio Antonio, stanno cominciando a unirsi, e presto scenderanno a valle e saranno inarrestabili.

Grazie mille.

Raúl Romero Gallardo, 

Giovedì 23 Luglio 2026

CIDECI, San Cristóbal de las Casas, Chiapas, México, Pianeta Terra

Raúl Romero Gallardo (1983, Città del Messico), è laureato magistrale in Studi latinoamericani (menzione d’onore) e laureato in Sociologia (menzione d’onore). E’ attualmente Tecnico accademico presso l’Istituto di Ricerche Sociali e docente presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell UNAM di Città del Messico. È curatore del volume *Pensar en común las alternativas* (2025) e co-curatore di *Pablo González Casanova. El colonialismo interno: origen, desarrollo y vigencia de un concepto* (2026) e di *Resistencias locales, utopías globales* (2015). Collabora con il quotidiano messicano *La Jornada*.

L’originale audio in spagnolo e la trascrizione del suo intervento sopra tradotto si può leggere e ascoltare qui: https://radiozapatista.org/?p=55342 

A 103 anni dal codardo assassinio di Francisco Villa la lotta non si ferma: manterremo acceso il fuoco rivoluzionario

Compagni, compagne, ragazzi e ragazze dell’Organización Popular Francisco Villa de Izquierda Independiente, diamo il benvenuto a tutti e tutte all’omaggio della nostra organizzazione al generale Francisco Villa, in occasione del 113° anniversario del codardo assassinio di cui fu vittima e dalla lotta intrapresa da quel giorno.

Oggi siamo prigionieri della storia e come allora abbiamo i nostri traditori, proprio come  quelli del movimento nato dalla rivoluzione del 1910 che, dobbiamo sottolineare, non si trovavano sulle loro poltrone per aver partecipato alla lotta armata, ma per la loro amicizia intima o per essere seguaci postumi di qualche generale o di un loro alleato politico.

Ancora oggi, e nonostante tutto, rendiamo nuovamente con affetto, emozione e soprattutto con gratitudine, il nostro umile omaggio a uno dei più grandi combattenti della rivoluzione messicana, il generale Francisco Villa.

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Messico arde (podcast)

Il Mondiale in guerra tra crimine, capitale e violenza neocoloniale

Era il 22 Febbraio 2026, un pomeriggio che presto è diventato sera. Sui nostri cellulari rimbalzavano notizie e messaggi, soprattutto cercando di sapere se tuttx stessimo bene e se nessunx fosse in giro per le strade del Messico. In quella domenica, a Tapalpa in Jalisco, le forze armate messicane col supporto dell’intelligence statunitense eliminano “El Mencho”, leader del Cartello di Jalisco Nueva Generación, uno dei gruppi criminali narcotrafficanti più potenti, organizzati e moderni al mondo

A quel punto, con metà Messico bloccato dalla reazione del mondo del crimine organizzato e in preda ad una escalation di violenza fuori dall’ordinario, abbiamo iniziato a chiederci, in maniera del tutto spontanea, se non avesse senso prendere parola, raccontare in maniera organica e riassuntiva, fornire una lettura il più possibile integrale, come mai prima abbiamo provato a fare, del cosiddetto “narcotraffico” secondo le analisi che da molti anni il Nodo Solidale porta avanti. Un “modo di vedere la realtà” che non nasce da una lettura meramente teorica e distaccata del contesto messicano, ma bensì, e in primis, dal fatto che il collettivo e molte persone che lo compongono in Messico ci vivono, sognano, lottano, si organizzano, da moltissimi anni.

E poi abbiamo pensato, quest’anno c’è la Coppa del Mondo di calcio maschile, il Mondiale FIFA, l’evento sportivo più contradditorio e ingiusto per eccellenza, non ne parliamo se poi targato Trump e Infantino. Non ne parliamo se avviene durante questi anni di sterminio globale. Non ne parliamo, poi, se avviene in Messico. Dove centinaia di migliaia di persone sono state uccise e oltre 130.000 risultano “desaparecidas”. Dove da vent’anni si vive, e si soffre, una guerra, la cosiddetta “guerra al narcotraffico”.

E allora abbiamo detto: facciamo un podcast. E raccontiamo, al mondo da cui moltx di noi originalmente provengono, cioè l’Italia, cosa secondo noi significa questa guerra, quali sono le sue motivazioni politiche ed economiche, da quali attori è alimentata, come si svolge, perché non finisce, perché è importante che si sappia anche dall’altro lato dell’oceano. E soprattutto, rompiamo il silenzio e chiariamo una volta per tutto quelli che secondo noi sono i nodi centrali: no, non si riduce tutto al nemico pubblico del “narco” e no, non può esistere questa guerra senza una organicità strutturale tra Stato, capitalismo, criminalità organizzata e interessi geopolitici. Un podcast che racconta anche ciò che abbiamo più a cuore e ciò che più importante di tutto, cioè chi resiste a questa guerra: le comunità indigene, le autonomie popolari, le “madres buscadoras”, le donne e gli uomini che ogni giorno difendono la terra, la memoria e la dignità contro la violenza, l’ingiustizia e la brutalità.

Perché se il Messico è uno dei laboratori per eccellenza del “necrocapitalismo” e delle forme più brutali di accumulazione di capitale e di gestione della violenza da parte di Stato e crimine organizzato, è anche allo stesso tempo un incredibile laboratorio di resistenza. Dove la lotta per la vita, è la forma più alta per ribaltare il tavolo dello sfruttamento e del dominio.

Dedichiamo questo podcast a chi resiste ostinatamente, a chi non si perde d’animo, a chi trova la forza ogni maledetto giorno di non dargliela vinta, a chi guarda aldilà dell’ostacolo e della difficoltà, a chi sogna, a chi alza la voce e a chi non piega e non vende la propria dignità. In questa terra chiamata Messico ed in qualsiasi rinconcito di questo pianeta chiamato Terra. Per questo, lasciamo le ultime parole di questo podcast a Samir Flores Soberanes, compagno, contadino, indegna, comunicatore e sognatore, fondatore della radio comunitaria Radio Amiltzinko e oppositore del Proyecto Integral Morelos, assassinato vigliaccamente dal potere il 20 Febbraio 2019.

Vi chiediamo quindi di ascoltarci, di dedicarci il vostro tempo e la vostra attenzione. Perché in questo podcast c’è tanto di chi siamo, tanto di ciò che vogliamo combattere e tanto di ciò che vogliamo costruire. Grazie

Il podcast è diviso in sette microcapitoli, ma ve ne consigliamo l’ascolto integrale. Poteste ascoltarlo qui sul sito, su Internet Archive o su Youtube. È un lavoro frutto dell’amore, della lotta, dell’autogestione, della partecipazione collettiva e dell’entusiasmo. Vi chiediamo in anticipo scusa per errori e distrazioni. È un podcast diretto ad un pubblico italiano, che non vive e non attraversa abitualmente in Messico, quindi in qualche modo “divulgativo” e per forza di cose “semplificato”. Per chi avesse già una certa esperienza e grado di approfondimento su questi temi, bè se lo ascolti comunque perché pensiamo che ne valga la pena e un ripasso (o un altro punto di vista) non fa mai male. A chiunque, chiediamo di diffonderlo, riprodurlo, consigliarlo e farlo girare. Grazie

Ascolta (e scarica) su Archive.org: https://archive.org/details/messico_arde-podcast

Ascolta su Youtube:
https://youtu.be/iu1QrM5pH2c?si=GQcmtPXd8CgrRJYq

Prosfygika Occupata – LA LOTTA HA VINTO – LA LOTTA CONTINUA!

Mentre rimaniamo attent alle condizioni di salute del compagno Aristotelis Chantzis, abbiamo deciso di pubblicare il comunicato di vittoria della lunga e agguerrita lotta contro lo sgombero e riqualificazione del propriuo quartiere, occupato e autogestito, portata avanti dalla comunità di Prosfygika con il sostegno di tantissime e tantissimi solidali in tutta la Grecia e in tutto il mondo.
Invitiamo
chiunque a non abbassare la guardia sulle condizioni di salute del compagno Aristotelis e seguire gli aggiornamenti della lotta a partire dalla chiamata internazionale a partecipare alla resistenza del quartiere durante l’estate, e il tragitto delle “Brigate internazionaliste della vittoria”.
Per aggiornamenti e info: https://saveprosfygika.gr/index.php/en/news/

Link alla pagina del video di annuncio di fine dello sciopero della fame di Aristotelis Chantzis e Suzon Doppagne.


Negli ultimi cinque mesi si è svolta una straordinaria lotta, una questione di vita o di morte, per la difesa di Prosfygika in Alexandras Avenue, Atene. Si è trattato di una lotta contro lo sgombero, lo sfollamento e la distruzione della più grande iniziativa autogestita per l’edilizia sociale, la solidarietà e il bene comune in Grecia e in tutta Europa. Gli aggressori sono stati un regime socialmente distruttivo e il governatore regionale N. Chardalias, con i loro piani di gentrificazione e promuovendo una politica di repressione contro i movimenti e la popolazione.

In prima linea in questa lotta, il compagno Aristotelis Chantzis (in sciopero della fame dal 5 febbraio 2026) e la compagna Suzon Doppagne (in sciopero della fame dal 1° maggio 2026) si sono volontariamente fatti carico di un pesante fardello.

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La Coppa del Mondo in guerra

Di David Barrios Rodríguez
10.06.2025

Lo sport serio non ha nulla a che fare con il fair play. È legato all’odio, alla gelosia, alla vanagloria, al disprezzo di tutte le regole e al piacere sadico di assistere alla violenza: in altre parole, è la guerra senza spari. 

George Orwell

I

L’epigrafe che apre questo testo è stata pubblicata da Eric Arthur Blair, nome di nascita dell’autore di alcuni dei romanzi e reportage più importanti del XX secolo, all’inizio di dicembre 1945. Succedeva a soli tre mesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, nello stesso anno in cui furono liberati i campi di concentramento e sterminio nazisti e lanciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. È stato scritto in occasione di una visita della squadra di calcio Dynamo Mosca in Inghilterra e, anche se non ha fatto esplicitamente riferimento alle componenti ideologiche di quella che sarebbe stata la Guerra Fredda, ha invece apportato una riflessione sui nazionalismi e su cosa significa affrontarli in uno sport d’insieme in cui viene rappresentata la popolazione di un paese nel suo complesso.

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ASSALTARE LA FORTEZZA MUNDIALISTA

10 e 11 Giugno 2026, una cronaca in soggettiva delle proteste contro “el Mundial del Despojo”

Il 10 e 11 Giugno sono state le giornate di vigilia e inaugurazione, rispettivamente, del Mondiale 2026, ospitato in Messico, Stati Uniti e Canada. La partita inauguarale, Messico – Sud Africa, è toccata alla capitale messicana, magra consolazione di un evento sportivo che in realtà è svolto nella sua maggiorparte negli USA.

Sull’ingiustizia, le conseguenze, le contraddizioni profonde, i meccanismi di sfruttamento, impoverimento e gentrificazione ai danni delle classi popolari di Città del Messico (e non solo) di questo mega evento capitalista-estrattivista dai contorni sportivi, ne abbiamo già parlato qui. Altri contributi in italiano su questo tema si possono trovare qui, e in diverse dirette radiofoniche con radio indipendenti italiane.

In questo spazio vorremmo invece offrire, niente più che meno, un racconto totalmente soggettivo, parziale e militante del contenuto, conflitto e immaginario di lotta che è culminato, in alcune delle mobilitazioni avvenute a cavallo del 10 e 11 Giugno. Il perché? Perché sono state mobilitazioni relativamente partecipate, capillari ed eterogenee, ma soprattutto importanti perché hanno manifestato un conflitto esplicito, di diversa natura, non scontato né banale, data la potente la macchina propagandistica e la retorica portata avanti dal governo messicano e dal suo principale partito Morena, dai giornali mainstream e dal gigantesco apparato simbolico ed economico che probabilmente solo una organizzazione come la FIFA è capace di produrre.

Partiamo dalle giornate alla vigilia dell’inizio ufficiale del Mondiale. In generale, le mobilitazioni di questi giorni forse non avrebbero potuto avere la stessa potenza e copertura mediatica se non ci fosse stato, nelle settimane precedenti, la protesta della CNTE, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, corrente conflittuale e indipendente del Sindacato dei Lavoratori dell’Educazione, a fare da apripista. Ormai da quasi due settimane, la CNTE è in lotta per l’abrogazione della riforma pensionistica dell’ISSSTE del 2007 e della sua gestione attraverso enti finanziari privati, per il raddoppio dei salari di base, e più in generale contro la continuità delle politiche di welfare interno tra il governo Morena, che aveva promesso di abrogare la legge, e i suoi predecessori. In questo momento storico, e dentro il grande consenso verso il governo Morena, la CNTE rappresenta di fatto l’unica grande organizzazione di massa riconosciuta come tale che porta una critica da sinistra al governo morenista.

La CNTE ha occupato una parte del centro storico in presidio permanente, con decine di migliaia di militant*, e la scorsa settimana ci sono state manifestazioni duramente represse, quando docenti e maestre hanno provato a sfondare le barriere metalliche che da settimane ormai delimitano l’area attorno allo Zocalo, a difesa del FIFA Fan Fest (un’area adibita per gioire delle gesta calcistiche dove si accede solo con identificazione, tutta in mano alla FIFA e consumando rigorosamente prodotti ufficiali, escludendo le migliaia di venditrici informali che ogni giorno animano il centro storico di Città del Messico). Teste spaccate, persone svenute per terra in chiazze di sangue e un maestro che ha perso la vista a causa di un proiettile di gomma, questo il bilancio parziale di quelle giornate.

Senza trovare un accordo col governo, attraverso i tavoli di negoziazione che avvenivano praticamente ogni giorno, la CNTE ha portato avanti quotidianamente varie mobilitazioni, annunciando di bloccare l’aeroporto e la partita inaugurale del Mondiale. “Senza soluzione, il pallone non si muove”, questo lo slogan. In realtà poi, la grande marcia della CNTE nel giorno dell’inaugurazione che avrebbe dovuto bloccare tutto e gettare nel caos la città, che era un po’ il grande timore raccontato dai giornali, non c’è stata. Anzi, molte iniziative e racconti terroristici di proteste che avrebbero mandato in tilt la città e avrebbero distrutto la festa di milioni di messicani, sono stati creati ad hoc, anche con l’uso dell’AI per la creazione di locandine false, con lo zampino probabilmente di alcune organizzazioni e partiti di istanze destroidi.

Sempre nei giorni precedenti, 17 pullman che accompagnavano familiari dei 43 normalisti di Ayotzinapa scomparsi nel 2014 assieme ad altr* student*, sono stati detenut* all’ingresso di Città del Messico per ore con l’accusa di trasportare esplosivi artigianali, bloccando il loro tentativo di unirsi e appoggiare la lotta della CNTE e ad altri collettivi in protesta.

Da mesi, inoltre, collettivi, famiglie e madres buscadoras, in lotta per la ricerca delle loro persone care scomparse, in un dramma collettivo e politico che indica più di 134.000 persone scomparse in Messico, avevano annunciato grandi mobilitazioni nelle giornate a ridosso dell’inizio del mondiale. Come poter accettare passivamente che sotto gli stessi stadi dove si generano milioni di profitti e dove si festeggia il calcio, giacciono pezzi di corpi scomparsi nella complicità dello Stato e del crimine organizzato? “Mexico campeón de desaparición” è lo slogan portato avanti, con le magliette verdi di calcio con dietro stampato il numero +134mila. Questo è a grandi linee, il contesto con cui si arriva alla settimana del mondiale. A questi compagn* in lotta si aggiungono una marea di altri collettivi, gruppi e sigle. Student*, lavoratori e lavoratrici informali e commercianti, movimenti sociali dal basso e antigentrificazione, assemble anti-mundialiste e antiFIFA, collettivi di lavoratrici sessuali e dissidenze di genere, comitato degli abitanti di Santa Ursula Coapa dove sorge lo stadio Azteca, comunità indigene cittadine e rurali in lotta, collettivi pro-Palestina, organizzazioni contadine, sindacati dei trasporti, lavoratr* della salute. Oltre a molti altri gruppi spontanei e autonomi, senza una sigla o un gruppo definito di appartenenza. Una valanga abbastanza disordinata e caotica, di cui era impossibile avere una panoramica chiara e globale, di chiamate all’azione e punti di incontro, ma tutte unite da un unico slogan: l’11 Giugno, tutti allo Stadio Azteca. Questo mondiale, targato Infantino e Trump, con i biglietti più cari della sua storia, profitti potenziali per la FIFA da record, in un presente storico marcato da guerre, genocidi e distruzione, è inaccettabile. E lo è a maggior ragione per il Messico, paese che soffre una spirale di violenza infinita ai danni dei ceti più poveri ed emarginati, con il saldo medio giornaliero di con circa 50 morti violenti, 12 donne uccise e 40 persone scomparse. Una vera e propria guerra, silenziata e nascosta, contro la popolazione, che non è casuale ma ha delle ragioni ben precise di cui abbiamo raccontato molte volte (leggi qui).

Attorno allo stadio azteca quindi, è stata stabilita una sorte di enorme zona rossa, l’operativo ultima milla, ultimo miglio. Una zona di accesso limitato e trasporto speciale con identificazione e biglietto di accesso allo stadio, dove non posso accedere né auto né taxi normali, ma solamente trasporti privati per chi assisterà al mega spettacolo di inaugurazione, con biglietti che costano in media migliaia di dollari.

Le manifestazioni iniziano i giorni precedenti all’11 Giugno, con diversi blocchi, azioni simboliche, sabotaggi e azioni in giro per la città, ognuno a tema differente. I collettivi e movimenti sociali organizzano diverse partite di calcio popolare bloccando alcune arterie e strade. Le madres buscadoras assieme alla CNTE sono tra i più attivi, le prime affiggendo striscioni e grafiche in alcuni dei monumenti principali, i secondi proclamando un corteo per la mattina del 10 Giugno.

La prima grande mobilitazione è pero il la sera del 10 Giugno. Alle 19, è stata proclamata, tra le tante, una manifestazione e una “velada” (una veglia) da molti collettivi di madres buscadoras da tutto il Messico, lungo calzada de Tlalpan, un grande viale che dal centro arriva quasi direttamente allo Stadio Azteca. Dati gli scontri dei giorni precedenti e la militarizzazione soprattutto nella parte sud della città c’è un po’ di preoccupazione, e forse per questo all’inizio si è in poche persone. La partenza della marcia tarda, nell’attesa di gruppi di famiglie e collettivi di busqueda, anche perché i trasporti soffrono ritardi enormi e molte stazioni della metro e del tram sono chiuse. Poi piano piano, il corteo si raggruma e inizia a partire lungo la Calzada de Tlalpan. Come ogni volta che si marcia con i collettivi dei familiari di desaparecidos, le sensazioni sono forti. Il corteo alterna momenti di silenzio profondo ad altri di slogan e urla, contro il governo, contro il potere, contro il sistema responsabile di queste sparizioni, contro Morena e la presidenta Clauda Sheinbaum, traditrice rispetto ad un cambio di rotta promesso e mai atteso. Si urlano i numeri dei compagn* di Ayotzinapa scomparsi, i 43 student*. Si urla contro la polizia, braccio operante e responsabile, o quantomeno connivente, delle sparizioni. I numeri si ingrossano e il corteo procede tra lunghe fasi di stallo e momenti di camminata. Lo stomaco si contorce a vedere enormi striscioni con le facce dei figli e figlie sparite.

Si imbrattano muri, si affiggono centinaia e centinaia di fichas de busqueda, cioè di annunci di sparizioni, con le foto delle persone scomparse, spesso vestite e modificate da apparire con la “camiceta” verde della squadra messicana. Le facce sono piene di odio, rabbia, tristezza, lacrime, alcune silenti e altre urlanti, alcune sorridenti e molte altre tristi. Avere una persona cara sparita ti spacca la vita e l’unica consolazione è la possibilità di trasformare il dolore in lotta, di trovare altri e altre compagn* che in questa sofferenza, ma anche in questa comunità, ti accompagnano e ti supportano. Ci sono gruppi e collettivi di ricerca da molti stati, Jalisco, Guanajuato, Estado de Mexico, Chiapas, Oaxaca, Guerrero. E’ strano definire l’aria che si respira, un misto di tristezza mista ad un orgoglio e dignità profonda. Gli slogan non sono i classici di una lotta di classe contro il capitale e il potere, sono più personali e umani ma altrettanto densi di significati politici. Il traffico dall’altro lato della strada è paralizzato, e alcune persone salutano e supportano dalle finestre e dai palazzi.

Ad un certo punto si iniziano a vedere le luci blu e rosse della polizia e uno scintillio che sembra quasi un effetto ottico: sono le centinaia di caschi neri dei granaderos, le truppe antisommossa, che scintillano nella notte e bloccano la continuazione del grande corso verso lo stadio. Alcuni camion e macchine della polizia, oltre che un container, sono messi di traverso a chiudere ogni accesso possibile. Il corteo si avvicina e le persone, ma soprattutto le madres buscadoras, iniziano ad arrampicarsi sui camion e sulle macchine della polizia, a urlare e a esporre i loro striscioni con i volti dei lori cari, scomparsi da pochi mesi o da decine di anni. La polizia è in assetto antisommossa ma non c’è un atteggiamento direttamente violento o un attacco, sanno che non possono permettersi di reprimere in maniera così evidente questa manifestazione. Lo scontro simbolico è fortissimo: da un lato i corpi neri e rigidi delle forze del potere, e dall’altro i corpi contorti dalle lacrime, dalla rabbia e dal dolore. Alcune madri iniziano a saltare sulle macchine della polizia, a fottersene altamente dei richiami alla calma degli osservatori dei derechos umanos, forze di interposizione con le magliette bianche al soldo del governo convocate per vigilare apparentemente su eventuali maltrattamenti. La situazione permane così per diverso tempo, con alcuni gruppi di madres che si riuniscono per cantare, altre per leggere dei comunicati, altre occupano la strada organizzando una partitella di calcio, altre cercano di passare dall’altra parte della strada per bloccare un ponte pedonale ma vengono bloccate dalla polizia. La manifestazione inizia a diluire e scemare, rimangono diversi gruppi in presidio e quello che domani sarà l’accesso principale allo stadio per turisti, giornalisti e persone che si possono permettere il prezzo folle di accesso alla partita inaugurale per vedere Shakira e i potenti del mondo, nonché tutta la pletora politica di miliardari e politici messicani, è tappezzato di scritte contro uno stato genocida e corrotto, contro il mondiale dello sfruttamento e della violenza, di locandine con i volti di chi da troppo tempo continua ad essere scomparso senza risposte. Il simbolo di questa notte, ridisegnato, non è più quello dell’aquila verde col pallone presente sulla maglia del’11 calciatori messicani, ma quello invece di una pala che si interra: è il tratto distintivo delle madres buscadoras, che si organizzano per cercare, letteralmente, a mani nude e con le pale i possibili resti dei corpi delle persone loro care.  Si torna a casa così, con la sensazione di una ingiustizia profonda e di una lotta necessaria e fondamentale, in cui mettere le mani vuol dire mostrare il marcio dello stato repressivo, criminale e capitalista quale è il Messico.

Il giorno dopo, ci si alza presto. Il giorno dell’inizio del Mondiale, la città sembra sospesa e rarefatta, in un ambiente assolutamente anomalo considerando che la capitale messicana è normalmente un groviglio pressochè costante e magico di umanità disperata, traffico, rumore e caos in equilibrio precario di una bellezza struggente. È come se le strade emanassero a aria di festa, con moltissime persone con la camiceta verde messicana, ma allo stesso tempo quasi surreale, da non potersi vivere davvero, carica di tensione. Le università e le scuole sono state chiuse, le attività sospese, i lavori pubblici e istituzionali si svolgono da remoto, e ci sono inviti pubblici a non muoversi troppo. La metro è semideserta e diverse stazioni sono state chiuse dove avvengono già i primi presidi e azioni di protesta. In alcune fermate, collettivi in protesta bloccano i tornelli di accesso rendendo gratuito il trasporto metropolitano. Tra i vari concentramenti, c’è quello del contigente studentesco che parte dall’UNAM, l’università pubblica più grande del latinoamerica, a sud della città. La città universitaria è serrata, quasi tutti gli accessi chiusi, le uniche persone sono le compagn* che vanno al corteo e qualche corridore mattiniero davvero volenteroso. Molti altri punti e concentramenti sono già attivi: la CNTE alla fine sta marciando per la Calzada di Tlalpan con gli studenti di Ayotzinapa, a cui si aggiungeranno il Congreso Nacional Indigena (CNI) e la comunità del popolo indigeno Otomì. Collettivi di madres buscadoras sono presenti in diversi punti. Arriva notizia di due compagn* dei medios libres (gruppi di controinformazione dal basso) già fermat*, ma presto liberat* per fortuna. Giungono le prime notizie di alcuni scontri lungo la Calzada di Tlalpan, dove si donne indigene Otomì ballano attorno a una enorme coppa del mondo data alle fiamme. Alcune madri buscadoras esibiscono i loro grandi striscioni con i volti dei loro cari spariti proprio all’ingresso dello stadio dove entra il pubblico pagante, e ovviamente vengono represse, nascoste, silenziate.

Il corteo studentesco parte dal cuore dell’università e si incammina per bloccare Avenida Insurgentes, grande arteria che taglia da Nord a Sud la città. Sono in centinaia e il corteo si ingrossa strada facendo. Vengono sanzionati tutti i simboli del potere universitario, le casette della sicurezza interna universitaria, le stazioni del Metrobus. Il corteo a un certo punto devia, rientrando dentro la UNAM, perché Avenida Insurgentes è bloccata da un plotone di granaderos, la polizia antisommossa della Città del Messico, in passato allenata e formata militarmente da forze militari israeliane. Il corteo continua, uscendo dalla zona universitaria e muovendosi verso un presidio dell’assemblea antimundialista e antiFIFA, assieme a madres buscadoras e collettivi pro-palestina. Prima di riunirsi al presidio, viene bersagliata con pietre, petardi e oggetti di vario tipo, una sede della Guardia Nacional, una polizia militarizzata utilizzata anche nei contesti di grandi operativi militari.

Prima di ricongiungersi al resto dei compagni, il contingente si prende un momento di pausa. Nel presidio, si organizzano partite di calcio, si occupa l’incrocio con striscioni giganti e la statua di Frida Khalo nel mezzo è bardata da teli e lenzuola con slogan contro la FIFA e il mondiale dello sfruttamento e dei desaparecidos. La partecipazione è diversa ed eterogena, c’è un po’ di tutto: gente del quartiere, madres e famiglia buscadoras, persone solidali e curiose, student*, molt* attivist* appartenenti a progetti di medios libres e controinformazione.

Avenida Iman, la strada che porta direttamente al lato sud-ovest dello Stadio Azteca, è apparentemente libera, dunque dopo qualche tempo un grande corpo principalmente studentesco, ma non solo, si mette in marcia con un obiettivo che sembra piuttosto ambizioso se non impossibile, quello di arrivare alle porte dello stadio. Si entra quindi nella ultima milla, la zona rossa. Il corteo acquista energia e carica: le persone e le compas cantano, si animano, si scrive sui muri, si danno volantini alla gente del quartiere, vengono divelte diverse telecamere, c’è una certa euforia rabbiosa che si autoalimenta e che cresce passo dopo passo. I corpi bianchi di interposizione, delle persone civili che lavorano nelle istituzioni della città e che sono obbligate dal governo cittadino a stare per strada per controllare e limitare i danni delle eventuali proteste, si fanno da parte, insultati e derisi da tutto il corteo, come traditori del popolo. La realtà è più complessa di questa: le facce esprimono vergogna e disagio, molte di queste persone hanno denunciato anonimamente che sono obbligate e minacciate a rendersi disponibili per questo tipo di “presenza civile”, altrimenti rischiano di perdere il lavoro, senza sapere realmente cosa devono fare e quali devono essere i loro compiti. Un modo, da parte del governo della città, in apparenza per mostrare meno i muscoli e di non utilizzare le forze di polizia antisommosa. Una strategia, per dividere e alimentare la guerra tra le classi più popolari. Sono le 12.45 circa e manca un quarto d’ora all’inizio ufficiale della Coppa del Mondo 2026. Avenida Iman fa una leggera curva verso sinistra e di fronte a noi si erge il monumentale Stadio Azteca, oggi rinominato “Estadio Banorte – Ciudad de Mexico”. Si divelgono le centinaia di fiori chempasuchil, piantati per abbellire il passaggio dei turisti e renderlo ricco di colori messicano-folcloristici, e si abbattono le transenne che ostacolano il percorso. Lo stadio è a meno di qualche centinaio di metri, e il corteo accelera compatto ed energico. Manca qualche minuto, Shakira termina di cantare “Dai dai”, la sua nuova hit mondiale come da tradizione, si alzano i fuochi d’artificio dallo stadio e il corteo composto da migliaia di persone arriva urlando ed euforico all’entrata numero 8 della mega struttura. Sembra incredibile, ma esattamente nel momento in cui inizia il mondiale più grande della storia della FIFA e forse il più discusso finora, si riesce ad assaltare lo stadio e tutto ciò che rappresenta. Ciò che era stato dichiarato impossibile e inavvicinabile, è ora tangibile e reale.

Le forze di polizia tardano ad arrivare, all’inizio con un piccolo, goffo, stanco, e davvero sfortunato plotone: la discrepanza numerica è abnorme e l’entusiasmo rabbioso di essere arrivati fino a lì è incontrollabile. Iniziano i caroselli e gli scontri, la rabbia contro una città espropriata e militarizzata, venduta alla FIFA e al profitto calcistico, esplode. Le compas si dimostrano estremamente organizzate e preparate. C’è chi si occupa di tenere a bada la polizia, chi di proteggere la retroguardia, chi di soccorrere i primi feriti, chi di documentare gli abusi delle forze di polizia. Successivamente arrivano le forze antisommossa e poco dopo, dal lato sinistro, una dozzina di cavalli che iniziano a caricare. Spuntano le prime teste spaccate, feriti al corpo, alla testa, agli occhi. Lo spettacolo è allo stesso tempo distopico, mitico e doloroso, il sipario costituito dalle transenne e dai corpi della polizia: nel giro di qualche minuto passano prima tre jet ultrasonici, poi le frecce tricolori messicane e infine due elicotteri che trasportano una bandiera sventolante enorme del Messico. La distanza fisica tra questi mondi è minima, anzi entrano in contatto violento. Ma c’è un abisso di significato, di composizione di classe, di visione del mondo e della vita. La violenza della polizia e di tutto l’apparato di sicurezza è ancora più odioso e inaccettabile. Dentro lo stadio lo spettacolo del capitalismo sportivo nella sua essenza, il profitto nella sua forma estetica più patinata e odiosa, obnubilante e capace di un lavaggio del cervello e dei sentimenti senza precedenti, un’opera fondata sulla violenza e lo sfruttamento di un paese (e di un intero mondo) sull’orlo del baratro. Fuori, quella violenza si esprime fisicamente, a suon di gas lacrimogeni, botte, cavalli lanciati sulla gente e sangue. L’odio e la mancanza di giustizia di questo presente non potrebbe avere immagine migliore. Non ci può essere contrasto più essenziale e immediato da capire, un conflitto necessario e giusto da esprimere in tutta la sua forza.

La polizia tenta di chiudere e incapsulare la testa del corteo ma, con determinazione, la manifestazione riesce a sfuggire al blocco e indietreggiare con ordine senza disperdersi e farsi dividere troppo. Continuano le cariche a singhiozzi e si ergono barricate a cui viene dato fuoco. Il corteo si ritira retrocedendo lungo Avenida Iman e, col passare del tempo, si inizia ad avere contezza de* fermat* e delle compas che mancano. La situazione si congela, le forze di polizia, ora molto più numerose, si attestano ad una certa altezza della Avenida e ci si ferma, cercando di capire quante persone manchino. Il conflitto prende un’altra forma: si iniziano ad espropriare i diversi negozi appartenenti a grandi catene capitalistiche. Un paio di Oxxo (la più grande catena di supermarket commerciali dell’America Latina, facente parte della FEMSA, la più grande azienda imbottigliatrice di prodotti CocaCola al mondo), una farmacia YZA+ (sempre parte di FEMSA), e un Little Caesars (la terza catena di pizza più grande al mondo). La strada diventa uno spazio gioioso, una festa collettiva. C’è cibo e bere per tutti e tutte, i residenti del quartiere e i ragazzi del barrio ne approfittano con enorme piacere e gusto: volano gelati, caramelle, patatine, panini a rifocillare sia le stanchezze e gli sforzi del corteo in giro da questa mattina presto, quanto gli umori del quartiere. L’esproprio del Little Caesars ha una dinamica estremamente nobile ed interessante: prima vengono fatti uscire con estrema cura e attenzione i lavoratori e lavoratrici, ringraziandoli per la loro comprensione e applaudendoli, e poi in secondo luogo si entra dentro il negozio e ci si divide la succosa mercanzia tra tutti, in primis coi lavoratori che vengono invitati a gustare le stesse pizze che ogni maledetto giorno devono impastare e vendere per guadagnarsi uno stipendio da fame. Una buona parte delle pizze e delle bibite si mettono da parte per portarle alle madres buscadoras e alle maestr* della CNTE, in strada anche loro dalla mattina presto. Si ride, si balla, si parla con qualche turista sudafricano rinchiuso in un bar a vedere la partita e si scherza con loro, dicendogli “Bienvenid@s a Mexico, quieren una pizza? Offre il governo!”, spiegando le motivazioni della protesta e cercando sempre il dialogo con la gente. Il clima è estremamente ilare, disteso, la gioia di una giornata fino ad adesso positiva, conflittuale e in qualche modo vittoriosa. Non c’è alcuna paranoia, né senso di colpa, tantomeno preoccupazione per gli espropri, il conflitto messo in campo, le decine di barricate erette. Fa parte della giornata, della vita, della lotta. Certo sì, qualche persona incazzata c’è ed eccome, ma le relazioni informali con la gente aiutano a spiegarsi, senza tragedie. L’unica preoccupazione è per le compas fermat*, di cui non si ha bene contezza dei numeri e dei nomi, anche se a fine giornata saranno 12. Tutt* portate alla Fiscalia di Coyoacan, rilasciate entro la notte stessa, alcuni con denunce pendenti individuali o collettive. Molti, sono stati pestati gravemente durante la detenzione, un compagno ha letteralmente la testa aperta. 

Dopo alcuni momenti di pausa, il corteo del contingente universitario riprende a marciare, con l’obiettivo di portare i viveri espropriati agli altri collettivi in lotta. I numeri si sono ridotti molto, c’è stanchezza ma non ci si perde troppo d’animo e si raggiunge Avenida Santa Ursula, sempre limitando la zona rossa dell’ultima milla. La partita inaugurale è praticamente finita, il Messico ha vinto nettamente 2 – 0 sul Sud Africa, giocando male e con 3 espulsioni. La gente vuole festeggiare, il conflitto nelle strade ora invece è visibile. Molte persone sono solidali con la marcia e gli studenti, altri per nulla se non ostili. La parentesi da aprire è importante, e meriterebbe ben altri approfondimenti e considerazioni: c’è una sorta di cortocircuito fortissimo che prende forma, in un paese dove il calcio è amatissimo e l’affezione verso la camiceta verde e il Mondiale in casa è inscalfibile. Il seleccion mexicana, pur non avendo mai vinto nulla e non eccellendo come squadra mondiale, ha sempre avuto un fortissimo attaccamento alla Coppa del Mondo e alle gesta sportive mostrate in questa competizione. Aldilà di chi si può permettere di andare allo stadio pagando migliaia di dollari, o della retorica populista del governo Morena, el futbol è un tema di identità popolare, un momento di festa collettiva per le strade, un momento per condividere la allergica allegria messicana, la buena onda e la grande ospitalità sempre dimostrata. Per quanto la FIFA tenti di trasformare tutto in un enorme profitto, è chiaro che questa giornata soprattutto nei quartieri popolari è una festa, in tutti i sensi, ed è anche un enorme momento di evasione comprensibile dagli orrori e sfruttamenti della vita quotidiana, tra salari da fame e il rischio di non tornare a casa. Contestare il Mondiale e i suoi meccanismi di sfruttamento, riconoscere che il Messico è un paese dove esista una guerra civile ai danni dei più poveri, guardare in faccia alle desapariciones, sembra che provochi un tilt nella maggior parte delle persone comuni, come se non si possa riconoscere l’ingiustizia da un lato e l’amore per il proprio paese e la propria cultura, a maggior ragione in un momento dove tutto il mondo ti sta guardando e in una fase storica in cui il tuo paese è costantemente minacciato e screditato dall’ingombrante vicino degli Stati Uniti. È estremamente complesso, non solo politicamente ma umanamente, trovarsi, attraversare e vivere questo scontro dentro i settori popolari della società messicana.

Il corteo questo conflitto lo attraversa, fisicamente, con qualche diverbio e provocazione da parte di alcune persone. Ad un certo punto, da una strada laterale, i granaderos attaccano con gas e caricano la manifestazione, disperdendola, dividendola e spingendola dentro le piccole strade del quartiere Pedregal Santa Ursula. Inizia a diluviare. A quel punto, la giornata sembra al culmine, il corteo cerca di uscire indenne dalla morsa repressiva, la manifestazione si scioglie in un posto sicuro dopo quasi dieci ore di protesta attiva e azione diretta. I viveri per gli altri collettivi si porteranno l’indomani.

Cosa rimane di queste due giornate?  La determinazione, certamente, inscalfibile e ostinata, messa in campo con forme e modalità diverse, contro la Idra Capitalista, un nemico dai mille tentacoli (economici, politici, militari e mediatici) che quest’oggi mostra la testa della FIFA e del governo messicano. Rimane il coraggio di aver cercato e voluto avvicinarsi al simbolo di questo Mondiale e delle sue ingiustizie, l’immenso e storico Estadio Azteca, e di esserci riusciti, a dispetto di un clima di terrore che non ha paralizzato la voglia di scendere in piazza. Rimane l’organizzazione dei movimenti sociali cittadini dal basso che da mesi lavorano per creare e alimentare giornate di mobilitazione come questa. E soprattutto, rimane la dignità, profonda e immensa, di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi all’apparente ineluttabilità di avere una persona cara desaparecida, di dover soffrire per un salario da fame, di dovere scegliere tra i due mostri identici del crimine organizzato e Stato, di accettare passivamente un meccanismo di sfruttamento internazionale che nasconde dietro un pallone che rotola, un presente e futuro di ingiustizia, controllo e impoverimento. 

Che la gioia del calcio si espropri ai ricchi e potenti di questo mondo, che la gioia del calcio torni ai quartieri, ai villaggi, alle comunità e si collettivizzi.

PODCAST: IL MONDIALE DELLO SFRUTTAMENTO

Dietro la festa del calcio, Il Mondiale 2026 visto da chi ne paga il prezzo e le sue ingiustizie

Ascolta qui:


Tra gli echi lontani delle imprese di Maradona e della “Partita del Secolo”, lo Stadio Azteca si prepara a entrare ancora una volta nella storia ospitando il Mondiale 2026. Ma dietro il luccichio della grande festa del calcio globale della FIFA, targata Infantino e Trump, Città del Messico racconta un’altra storia: quella dei cantieri che avanzano senza sosta e senza diritti, dei quartieri che cambiano volto schiacciando chi in quei quartieri ci vive, delle lavoratrici sessuali senza ascolto, degli affitti che schizzano alle stelle, del saccheggio dell’acqua e delle comunità che resistono. E quello di un paese intero sospeso nella violenza criminale narcostatale quotidiana, dove mentre si gioca una partita di calcio scompaiono in media 2 persone.  Questo podcast attraversa le contraddizioni di una metropoli sospesa tra mito sportivo e gentrificazione, dando voce a Sofia Pontiroli, giornalista indipendente che vive a Città del Messico, e un compagno attivista dell’Assemblea AntiMundialista, che ci raccontano i diversi impatti economici, sociali e politici del megaevento estrattivista per eccellenza. Tra le lotte delle madres buscadoras, le mobilitazioni sociali e le partite popolari organizzate nelle strade, emerge un racconto in cui il calcio diventa lente per denunciare un modello, tanto messicano quanto globale, che privilegia il profitto rispetto alla vita delle persone. Osservare il presente del Messico, un viaggio tra calcio e lotta, per ascoltare e portare solidarietà e complicità a chi resiste al “Mondiale dello sfruttamento”.

Ps. Alla fine del podcast, un omaggio a Eduardo Galeano e al suo El Fin del Partido, perchè nessuno come lui ha saputo raccontare e significare, in tutti i sensi e nel bene e nel male, el fútbol.

Traduzione di un estratto di “Nostalgia y ensoñación” di Jaime Montejo

In ricordo di Jaime pubblichiamo la traduzione di un estratto dell’introduzione di Nostalgia y ensoñación. Per ricordarlo a 6 anni da quando un sistema di salute per ricchi ce l’ha tolto dal nostro fianco.



Di Jaime Montejo “el cura Mateo” “Padre Mateo”
“Il frailejón
aspetta paziente
sulla montagna”
Le poesie che leggerete di seguito riflettono l’orgoglio che mi accompagna per aver deciso, una volta, di entrare nella guerriglia. Mi sento orgoglioso di aver militato negli anni Ottanta nel movimento politico-militare 19 di aprile, M-19.
Sono un meccanico di cuore. Orgoglioso di essere stato parte del sogno bolivariano di Jaime Bateman Cayón, che ho fatto mio, così come molti altri combattenti.
Orgoglioso di essere un veterano del Battaglione América e delle Milizie Popolari di Aguablanca, della “eme” distrettuale a Cali.
Orgoglioso di aver condiviso sogni, rabbia, panico e dolore con i compagni con cui lottai, come il comandante Mauricio Castaño, giustiziato da sicari con tesserino, al servizio di un regime terrorista e totalitario per vocazione.
Orgoglioso di entrare in combattimento e resistere all’assedio dei chulos, pur sentendo che la vita se ne andava in ogni sparo, dove loro cercavano di mettermi fuori combattimento, perché ero il bersaglio dei loro attacchi e delle loro paure, così come loro furono al centro del mirino ogni volta che sparai, in ogni scontro militare.
Orgoglioso di aver partecipato a innumerevoli giornate propagandistiche.
Orgoglio di aver fatto parte di gruppi di studio, dove conobbi i classici del marxismo-leninismo, Manuel Quintín Lame, Paulo Freire e la teologia della liberazione.
Orgoglioso di aver amato Karina fino al giorno della sua morte, mentre combatteva sotto il comando del Maggiore Elías, laggiù a Novilleras, nella Forza Militare d’Occidente, nel 1994.
Orgoglioso di aver conosciuto la Comandante dei ragazzi di strada e delle lavoratrici sessuali della Quince, nella mia bella Cali, il cui nome di battesimo oggi nessuno sembra ricordare.
Orgoglioso

di aver riposato in un’amaca,
tra le sterpaglie della cordigliera,
dopo una lunga camminata,
attraversando il páramo

di nuovo…

Orgoglioso di non aver ceduto, quando fui detenuto dall’F-2 e interrogato dalla polizia politica dell’esercito colombiano, nonostante il terrore che incombe durante una sessione di tortura nella Terza Brigata, dove la minaccia di morte è la cosa meno dannosa che si possa vivere in quel momento.
Imparai in questi anni di cammino tra sentieri e mulattiere,
che quando il nemico ti accerchia su un crinale montuoso che stai difendendo, o la barricata per strada è insufficiente per avanzare o retrocedere… la prima cosa che devi fare è capire ciò che sta succedendo e prendere una decisione.
Che fare? Patria o morte. Vivi oggi e lotta domani.
Una contraddizione così grande segna la difficoltà o la semplicità nel prendere una decisione, a vent’anni appena compiuti.
Coloro che optarono per la prima scelta fanno parte del nostro memoriale, come molti compagni che non ebbero scelta e persero la vita.
Quelli che abbiamo avuto l’opportunità di scegliere, siamo per sempre angeli caduti, che in alcuni casi cerchiamo di fare memoria e lottare in altri fronti di lotta, con mezzi civili e pacifici, fuggendo dalle nostre stesse paure e fantasmi, che ci perseguitano da allora e non cessano di tenderci imboscate nella quotidianità.

Altri sopravvissuti si vendono nel mercato della politica nazionale e legittimano oggi paramilitari che assassinarono molta gente dell’M-19, delle sue basi d’appoggio o semplicemente del popolo lavoratore.
Imparai anche che la feticizzazione del denaro arriva a imporsi sia nella lotta armata che nella lotta elettorale, che ci alienano allo stesso modo al pensare che tali strategie abbiano vita propria e indipendente dai loro creatori, oppure se pensiamo che siano le uniche forme di lotta valide e che le altre siano poca cosa, davanti alla nostra “scelta corretta”, che speriamo di imporre a simpatizzanti e collaboratori.

Imparai,
che non c’è cosa più gradevole
che bere l’acqua
raccolta nelle bromelie
della selva tropicale.

Sussiste,
controcorrente,
il ricordo dei nostri morti e dei desaparecidos,
che si elevano sopra la nostra eredità,
come esempi di vita
e modelli di comportamento,
nonostante scatti,
basse passioni
e tentazioni,
che poterono accompagnarli
nella loro militanza rivoluzionaria
e nel quotidiano trascorrere.

Prodotto di queste contraddizioni, nacquero le poesie di questo libro,
deliranti ed esaltate
per tanta adrenalina,
testosterone
e sangue versato,
che si fusero in un solo scoppio
per non assaltare l’eternità.

Aver lasciato la lotta armata
ed essere partito
oltre l’alto mare,
non mi rende un pentito
di questa forma di lotta.
Non cerco di fare un’apologia della resa.
Ancora meno di lodarla tra versi e metafore proprie di un damerino.
Non è mia intenzione cantare a quei compagni che si arresero e, consegnando le armi, legittimarono il sistema elettorale colombiano e smisero di lottare. Alcuni di loro, amici carissimi, con i quali condivisi poco più che la mia stessa vita.
Altri continuano in piedi nella lotta, senza armi, senza montagna e senza clandestinità. Amnistiati o no. Esiliati o no. Messi a tacere o no.
Io invece sono solo un sopravvissuto di un gruppo di poco più di 77 insorti, che caddero in combattimento o furono fatti sparire dalle forze dell’ordine dello Stato colombiano.
Un sopravvissuto, ora messicano, con tracce visibili della sindrome post-traumatica, perseguitato da sensi di colpa che si dissolvono nel mio lavoro quotidiano di prevenzione dell’HIV/AIDS, come pratica di libertà, tra lavoratrici sessuali e la mia attuale militanza come aderente e attivista dell’Altra Campagna, iniziativa civile e pacifica convocata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Messico.
Tuttavia, è certo che non tornerei più a prendere le armi, senza che ciò implichi minimamente ripudiare questa forma di lotta.
Nemmeno indirizzerei il mio lavoro politico verso la presa del potere;
il che non è uguale
a non lottare per consolidare
potere popolare
in lungo e in largo

Potere popolare che instauri un governo,
con democrazia diretta e non rappresentativa,
che comandi obbedendo
e che il popolo possa sciogliere
se non è al servizio del popolo,
dove non consegniamo tutto il potere,
né tutte le armi,
a nessun comandante o compagno
che poi voglia schiacciarci.
Posso dire,
senza timore di sbagliarmi,
che le poesie di questo libro riflettono
che non c’è santità nella violenza rivoluzionaria,
lì Dio non è presente,
né in nessun’altra parte,
a dire il vero.
Che ingenui fummo!…
Ciò che c’è nella violenza rivoluzionaria
è una risposta alla violenza istituzionale di un regime
che condanna alla miseria milioni di persone
e stermina coloro che dissentono dai potenti.
Non c’è santità, c’è scontro a morte
con chi difende violentemente e senza compassione
lo Stato e le sue istituzioni.
Non c’è santità, ci sono apparati armati
che rappresentano una delle massime espressioni del patriarcato,
che competono a morte in una guerra di guerriglia, movimenti e posizioni,
con una logica propria del capitale,
che genera guerre commerciali per aprirsi strada in altre latitudini
e colonizzare la nostra mente e lo spirito di ribellione.
Non c’è santità, ma c’è giustizia popolare.
Non c’è santità, ma c’è punizione, assassinando chi uccide civili disarmati.
Non c’è santità, ma c’è vendetta, esercitata contro i nostri carnefici.
Non c’è santità, ma c’è speranza di poter annientare
chi ci annienta.
Non c’è santità,
ma è l’unico cammino
che a molti di noi è rimasto,
al margine del divino e del mondano,
al margine di ciò che è amato e desiderabile,
al margine di sé stessi
e senza santità, forse.

L’albero piantato in onore a Jaime nel Casale Alba 2, Roma il 05/05/2026

3 Post Sriptum 3VII.- DOMANDE, IMMAGINI E SENTIMENTI.

Traduzione a cura del Nodo Solidale di: https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2025/07/20/3-posdatas-3-vii-preguntas-imagenes-y-sentimientos/

Quale immagine ti commuove?
Quella di un bambino smarrito in mezzo a una folla di adulti? Quella di una bambina che ancora non sa di essere soltanto un pezzo di selvaggina?
Quella di una donna scomparsa, intrappolata nel limbo di una violenza senza fine, la cui unica speranza è che i suoi cari la cerchino, perché le autorità si preoccupano soltanto delle statistiche (e di quelle ufficiali, perché quelle reali non si possono manipolare)?
Quella di una madre, con tutto il dolore tatuato sul volto, che cerca la sua creatura scomparsa?
Quella del cadavere dell’infanzia, seppellita tra le macerie di Gaza?
Quella del migrante uomo, donna, altrə (non importa solo il genere ma il colore della pelle) che scopre che il terrore non riconosce frontiere né nazionalità, e che insieme alle rimesse spedisce anche paura e disperazione?
Quella dell’altrə, orgogliosə del proprio abito di luci, con il volto all’improvviso scomposto nel vedere avvicinarsi le luci rosse e blu della polizia?
Quella della famiglia dell’operaio, dell’impiegata, dell’autista, del runner, del muratore, dell’insegnante, che non può usufruire dell’assicurazione perché l’avvocato del padrone ha “dimostrato” che l’incidente che gli è costato la vita “non è avvenuto durante l’orario di lavoro”?
Quella del popolo originario (il Tata Juan Chávez ci ha insegnato che così si chiamano quelli che dall’alto nominano “indio”, e che esistono popoli, nazioni, tribù e quartieri originari) che guarda sconcertato chi ha il suo stesso colore di pelle ma non di cuore (ora è un funzionario, che vuol dire che ha il colore del denaro) e che gli dice qualcosa consegnandogli dei documenti; e quel popolo non capisce che gli sta dicendo che verrà sgomberato perché “invasore della terra”, la stessa terra che hanno lavorato suo padre e sua madre, le sue nonne e i suoi nonni, le sue bisnonne e i suoi bisnonni, e così via fino a secoli prima; ma che non deve preoccuparsi perché con quella miniera, quel campo di pannelli fotovoltaici, quel complesso turistico, quell’autostrada, quel treno turistico, quel centro commerciale, arriveranno il progresso e la civiltà e finalmente potrà tornare a essere bracciante di un nuovo latifondista?
–– Quale immagine ti indigna? Quella di Trump masturbandosi mentre guarda le notizie sul massacro quotidiano dei bambini in Palestina e si immagina un complesso turistico “grande e bellissimo” costruito sui cadaveri? Quella di Netanyahu che dichiara alla televisione internazionale che l’Iran sta attentando contro civili con le sue bombe e che dovrebbe essere condannato dalla comunità internazionale? Quella del pubblico ministero che guarda con morbosità la ragazzina violentata mentre la giudica, la sentenzia e la condanna: “con quei vestiti, figliola, te la sei cercata”? Quella della funzionaria “trasformatrice” che, per dimostrare di essere impegnata nelle cause giuste, di fronte alla richiesta di cercare le scomparse, “regala” picconi e pale? (“ma scusi, le stanno facendo pagare”; “Bah, a quel prezzo è come regalarle”). Quella del poliziotto dell’ICE statunitense che picchia con ferocia un migrante che gli dice, con il volto sanguinante, di essere negli Stati Uniti da prima che quell’agente nascesse? Quella dell’altrə, con il corpo spezzato coperto di urina e sangue, mentre chi scatta la foto manda al capo l’immagine e il messaggio: “ecco la foto del frocio che hanno fatto a pezzi”? Quella dell’avvocato che argomenta: “le leggi si studiano per sapere come violarle… legalmente, ovviamente”? Quella della chiarissima legislatrice progressista che, per vana superbia, riesce a condannare chi ha scritto un tuit (o come si dica) dicendo ciò che tutti sanno essere vero, ma che allo stesso tempo teme, umiltà imposta, che le cancellino il visto statunitense? Quella dei funzionari che non funzionano se non “si unge la macchina”, o l’equivalente “With money dancing the dog”? ––
E perché hai bisogno di quelle immagini — se è che ti commuovono e ti indignano, certo — per riconoscerti come essere umano?
–– Nella piramide mondiale, la geografia della modernità e del progresso, la sua mappa insomma, è un gigantesco murale di fotografie. In alto: le immagini ritoccate dei vari marchi del Grande Capitale. Poche. In basso: milioni di immagini di scomparsə, mortə e dimenticatə. Giungle devastate da macchine e stupidità. Fiumi e lagune contaminati dagli escrementi mortali delle miniere. Popoli originari che un tempo erano vita e oggi sono un complesso alberghiero “all inclusive”. I quartieri marginali. I cieli fumosi delle città industriali con ingranaggi di carne e ossa. Guerre dove muoiono i soliti sacrificabili. Un cimitero clandestino come Patria. ––
Ma forse non è tutto. Forse, lì, in quell’angolo, in basso e a sinistra, c’è chi resiste e, resistendo, si ribella e si rivela. Forse…
“Sono le voci, le braccia e i passi decisivi,
e i volti perfetti, e gli occhi di fuoco,
e la tattica sospesa di chi oggi ti odia
per amarti domani quando l’alba sarà alba
e non getto d’insulti, e non fiume di fatiche,
e non una porta falsa per fuggire in ginocchio.”
Dichiarazione d’Odio.
Efraín Huerta (1914-1982).

Dalle Montagne del Sud-Est Messicano.
El Capitan

Conversatorio – “Los pueblos iraníes entre dos demonios”

Si les interesa conocer más sobre la situación en Irán, el complejo panorama político y la resistencia histórica de su pueblo, les invitamos a escuchar este audio del conversatorio que se realizó el 1° de abril en la Librería “La Cosecha” (en San Cristóbal de Las Casas, Chiapas), con dos compañerxs iraníes del colectivo “Andisheh va Peykar” (Pensamiento y Lucha).

En el audio, un recorrido histórico de los proyectos neoliberales impulsados por el régimen de los Ayatolás y las constantes represiones contra los movimientos sociales de los pueblos iraníes. Al mismo tiempo en su conversatorio lxs compañerxs del colectivo “Andisheh va Peykar” analizan critcamente y rechazan la mortífera injerencia imperialista de Israel y Estados Unidos.

¡No a las guerras del capitalismo!
¡Por la revolución social, abajo y a la izquierda!

https://www.youtube.com/watch?v=mvDxZhpTyxs