Archivi categoria: Uncategorized

Corporazioni criminali e lotte per la vita

In attesa di un nuovo capitolo del Viaje por la Vida che vedrà, nel dicembre 2026, una delegazione di 1111 zapatist* muoversi verso Città del Messico per incontrare chi quotidianamente lotta per cercare i propri cari desaparecidos, pubblichiamo la traduzione dell’ intervento di Raúl Romero Gallardo durante il “Semillero Guerra contra la Humanidad”, incontro politico la Guerra contro l’Umanità (popolazioni e natura sotto assedio), convocato dalla Commissione Sexta dell’Ezln. CIDECI, San Cristóbal de las Casas, Chiapas. 23 de luglio 2026.

Buon pomeriggio a tutti, tutte e todoas.

Ringrazio vivamente i compagni dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, le basi d’appoggio dell’organizzazione, chi ci sta seguendo attraverso le trasmissioni in diretta dai puyes [NdT: i puyes – in lingua maya tseltal chiocciola o conchiglia di fiume – sono le nuove  zone di organizzazione politica e comunitaria delle comunità indigene zapatiste, che sostituiscono i vecchi “caracol”] e anche chi ci accompagna da altri paesi attraverso internet. Un ringraziamento al Capitano Marcos e al Subcomandante Moisés; oggi per me è un onore essere qui con voi.

Sono molto emozionato, e confesso di essere anche molto nervoso. Dopo tutto quello che si è detto in questo seminario, come anche questa mattina, pensavo di intervenire affermando di essere d’accordo con quasi tutto e chiudere così il mio intervento. Ma nonostante questo vi condividerò alcune questioni che spero possano essere di vostro interesse.

Appartengo ad una generazione che ha visto il Messico sommergersi nella barbarie e il mondo entrare in una profonda e grave crisi. Non fraintendetemi, non penso che il Messico o il mondo in precedenza fossero luoghi migliori, ma è necessario accettare che la guerra del capitalismo nei confronti dell’Umanità e dei Territori ci ha condotto verso un punto di non ritorno. Il 2006 è un anno che ha rappresentato per molti di noi un bivio: è l’anno in cui Felipe Calderón Hinojosa ha diffuso e intensificato la guerra in tutto il Messico. Col senno di poi, possiamo renderci conto che in verità quell’anno rappresenta solamente un tassello di una lunga guerra di sfruttamento e espropriazione. Ciò nonostante, è stato anche l’anno in cui diverse geografie del paese hanno cominciato a vivere la brutalità della guerra. Quella guerra che si viveva, con modi e intensità differenti nei vari territori del Messico, si è diffusa in tutti i boschi, foreste, mari, deserti, strade, scuole e posti di lavoro del paese. 

Dal 2011 in poi ho avuto l’opportunità di visitare diversi stati del paese. Durante questi viaggi ho conversato con membri di organizzazioni sociali, con famiglie in cerca di desaparecidos, con famiglie che hanno sofferto femminicidi, con famiglie di persone assassinate. Durante questi colloqui ho conosciuto la morte nelle sue forme più atroci, nelle modalità in cui è possibile arrivare ad assassinare la memoria stessa. Quei discorsi mi hanno fatto capire che in Messico si puo moriré piu volte: esiste la morte fisica, la morte per oblio e la morte di chi, non più in vita, viene perseguitato e colpevolizzato del proprio assassinio.

La maggior parte delle persone con cui ho conversato denuncia ripetutamente la complicità della polizia, dei governi locali e federali con il crimine organizzato. In alcuni casi hanno segnalato l’esistenza di legami diretti tra presidenti municipali, deputati, membri dei partiti politici e i gruppi criminali. Uno dei casi che ho potuto conoscere da vicino è quello di Melchor Flores Hernández, un giovane di 26 anni che lavorava in strada facendo la statua umana. Il Vaquero Galáctico, il personaggio interpretato da Melchor, è stato arrestato dalla polizia di Monterrey, Nuevo León, e poi consegnato ad un gruppo criminale. E da quel momento non si sa più nulla di lui.

Il caso di Melchor non è l’unico, esistono centinaia di casi simili. È grazie alle ricerche dei familiari delle stesse persone desaparecidas che si è potuto accertare che alcune di queste persone sono state vittima di tratta per essere condotte nei campi, coinvolte nel traffico di droga, utilizzate nella sicurezza dei gruppi criminali o vittima di sfruttamento sessuale. Si è arrivati persino a registrare la scomparsa selettiva di persone con specifiche conoscenze professionali: muratori sequestrati per costruire residenze e case di sicurezza dei cartelli, come anche specialisti di comunicazione per allestire reti di comunicazione non tracciabili, per citare alcuni esempi.

Le storie vissute nel tempo, così come il bisogno di comprendere cosa sta accadendo in Messico, hanno contribuito a diverse riflessioni che oggi voglio condividere con voi e che cercano di spiegare, da una prospettiva critica, il ruolo della criminalità organizzata in Messico e il contesto mondiale in cui si sviluppa. In conclusione del mio intervento, voglio condividere con voi anche ciò che chiamiamo “le lotte per la vita”, ovvero comunità politiche che hanno deciso di ribellarsi e di resistere ad un capitalismo che genera morte e devastazione, mettendo al primo posto la vita. Come hanno già detto gli zapatisti, a cui devo e a cui dobbiamo molto: “che muoia la morte imposta dal capitalismo, viva la vita che crea resistenza”. 

Il capitalismo criminale.

“Il capitalismo è disumano, crudele e criminale”, ci ha detto il Sup. Moisés qualche giorno fa. Il capitalismo nasce da un crimine e il crimine ne è una costante: conquista, colonizzazione, sottomissione, esproprio, sterminio, ecocidio. Ne sono la prova lo sterminio e la schiavizzazione delle popolazioni dell’America e dell’Africa per sostenere il processo di accumulazione di capitale.

Già è stato detto in questo tavolo: il sistema nasce grondando sangue, fango e merda. Ma questo sistema cerca anche di perfezionare i suoi metodi ed è proprio questo che è necessario studiare.

Come dicevo il 2006 segna un punto nevralgico per molti di noi. Si tratta dell’anno in cui Felipe Calderón, con il pretesto di combattere il narcotraffico, dopo la sua ascesa per mezzo di brogli e con un paese che stava vivendo una mobilitazione generale – ricordiamo che il Messico, a partire dagli anni precedenti al 2005 e 2006, viveva un periodo di grande fermento sociale – decise di lanciare la sua guerra “contro la criminalità organizzata”.  

Nel prossimo dicembre saremo a punto di compiere 20 anni dall’inizio di questa guerra  […].

Ma il narcotraffico non è un’invenzione né di Calderon né dei suoi consulenti stampa, anche solo se fosse per ottenere consenso o per soffocare la mobilitazione popolare. Il narcotraffico era, ed è, un problema reale in Messico, un’attività economica che ha affermato la propria presenza sul territorio nazionale fino a convertirsi in una importante fonte di profitti. Ma il narcotraffico rappresenta solo una delle attività di un problema di portata generale e globale: ciò che siamo arrivati a nominare capitalismo criminale. Oggi dopo quasi 20 anni di guerra “contro il narcotraffico”, la società messicana si trova sommersa nella barbarie più assoluta: oltre 135mila persone desaparecidas, oltre 500mila persone assassinate e oltre 380mila persone vittime di sfollamento forzato dalle proprie abitazioni e dai propri luoghi di origine, secondo i dati più prudenti. Non si tratta di cifre, parliamo di storie mozzate, di famiglie violentate, di sogni stroncati.

Nonostante ciò, il narcotraffico non solo non si è indebolito ma, al contrario, si è rafforzato e diffuso in tutto il paese, come anche in altri paesi, mentre in contemporanea si è inserito e ha dato vita a nuovi affari.

Come diceva il Subcomandante Insurgente Marcos, la Quarta Guerra Mondiale è una guerra contro l’umanità e per la diffusione universale del mercato. Si distruggono e si spopolano territori. Quando si fa la guerra bisogna distruggere i territori, convertirli in deserti, non con un fine distruttivo, ma piuttosto per poi ricostruire e riorganizzare. Diceva il defunto [NdT: il Sub. Marcos] che, nella Quarta Guerra Mondiale, si sviluppa fino all’estremo il concetto di “guerra totale”: non si tratta solamente di una guerra che si estende ad ogni fronte, ma di una guerra che è ovunque, una guerra totalizzante che mette in pericolo il mondo intero. Oggi “guerra totale” significa qualcosa che può avvenire in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, in ogni circostanza. E diceva anche che in questa guerra, in questa Quarta Guerra Mondiale, il ruolo degli eserciti nazionali diventa quello di funzionare come polizie locali. Quanta accuratezza nelle parole del defunto.   

[…]

Il narcotraffico non è niente di più che un anello di una catena molto più complessa: l’esistenza di un capitalismo criminale nato per rendere l’economia più dinámica attraverso la guerra, per facilitare processi di espropriazione e accumulazione, per eliminare le resistenze e la manodopera sacrificabile, mentre in contemporanea si producono strategie di controllo della società attraverso la paura e il terrore.

Non voglio soffermarmi più di tanto sul tema della militarizzazione, sulla strategia adottata già prima di Calderón, che continua ad essere adottata oggi dalla autodefinita Quarta Trasformazione [NdT: il governo del partito di Morena, nel primo sessennio di Andres Manuel Lopez Obrador e adesso di Claudia Sheinbaum]. Però permettetemi solamente una riflessione. La presenza dell’esercito messicano in operazioni antidroga non ha comportato in nessun modo una riduzione degli affari, ma al contrario il narcotraffico si è trasformato in una prospera impresa, di respiro internazionale, in grado di ampliare i propri rami d’impresa. Anzi, nei luoghi dove l’esercito è stato spedito per “salvaguardare la sicurezza”, la criminalità organizzata è cresciuta maggiormente, come è possibile osservare in Guerrero, Michoacán, Chiapas, Sinaloa, e nel paese intero. La militarizzazione della sicurezza pubblica è una falsa soluzione che in realtà non risolve niente e che, piuttosto, è parte della stessa strategia.

Come spesso accade quando si parla di problematiche sociali, non è stata l’accademia universitaria la prima a comprendere l’ascesa  e il ruolo della criminalità organizzata in Messico. Si tratta invece di un lavoro che è stato portato avanti dal giornalismo locale, dalle organizzazioni politiche di base, insieme anche ad artisti locali che, attraverso romanzi, racconti, poesie, opere teatrali, canzoni, hanno cominciato a raccontare le trasformazioni nelle dinamiche economiche, sociali e culturali delle popolazioni colpite dal crimine organizzato, per poi proseguire con la narrazione degli orrori che mano a mano si sono imposti nelle loro geografie. […]

È a causa di questa diffusione di denunce da parte di giornalisti della stampa locale, organizzazioni politiche e artisti, che è avvenuto un incremento della violenza proprio contro giornalisti locali, attivisti per i diritti umani, difensori del territorio e militanti di base. Diventati bersaglio della violenza della criminalità organizzata, come anche dello Stato.

La criminalità organizzata è internazionale. È un affare che coinvolge banchieri, politici, fabbricanti di armi, l’industria della cultura, agenti di dogana, la polizia federale e statale, eserciti e gruppi criminali. Per questo guardare al narcotraffico come un’attività isolata, slegata da altre attività e dalla funzione che svolge nell’economia regionale e globale, rappresenta un errore indotto che non permette di avere una visione d’insieme del fenomeno senza prendere in considerazione le differenti parti che lo compongono.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, la criminalità organizzata internazionale è caratterizzata dall’agire in più di uno Stato e comprende, virtualmente, tutte le attività criminali compiute col fine di lucro e con coinvolgimento internazionale. Il crimine organizzato è internazionle e comprende più di 20 tipologie di reati tra cui spiccano il ricilaggio di denaro, il sequesto, il traffico di armi, il traffico di persone senza documenti, la tratta di persone, il narcotraffico, il furto di combustibile e un esteso eccetera. 

La criminalità organizzata internazionale si è consolidata negli ultimi 50 anni come una ruggente industria capitalistica, capace di massimizzare introiti e generando processi di accumulazione di capitale. Possiamo osservare la sua crescita a partire dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, anche se la sua espansione si sovrappone esattamente al processo di globalizzazione del capitale che si è dato negli anni ’80, del quale il boom della cocaina è stato uno degli aspetti detonanti. Attenzione, non è che prima non esistessero economie illecite, o criminali, o che il mercato della droga non avesse una storia antichissima. Quanto segnaliamo qui però, ha a che vedere con la diffusione globale e con la complessizzazione del capitalismo criminale, come anche la sua diversificazione in distinti ambiti della produzione.

Attraverso lo sviluppo di processi di innovazione tecnologica e dispute geopolitiche, il capitalismo criminale è riuscito a consolidarsi come un pilastro del sistema. Secondo i dati della stessa agenzia dell’ONU, nel 2009, il crimine organizzato internazionale ha generato un guadagno di 870mila milioni di dollari nel mondo intero, corrispondente al 1.5% del Prodotto Interno Lordo Mondiale. Per spiegarlo in maniera più chiara, l’equivalente di oltre 100 volte il budget di spesa pubblica del Chiapas per il 2006 o a 253 volte il budget a disposizione dell’UNAM (Università Nazionale Autonoma del Messico; NdT) per lo stesso anno. Tra gli affari più redditizi del 2009 segnaliamo il commercio di cocaina e eroina, il traffico illegale di armi e il traffico illecito di risorse naturali. Dal 1,5%, del 2009, siamo passati al 3,6% del Prodotto Interno Lordo Mondiale per l’anno 2012. 

Senza dubbio possiamo segnalare che il problema è cresciuto molto e in breve tempo. Secondo l’Indice Globale della Criminalità Organizzata del 2025 «i criminali godono di una mobilità sempre maggiore e tra di loro esiste un coordinamento a livello internazionale sempre più stretto. Gli attori del settore privato svolgono un ruolo sempre più significativo nelle economie illegali, dovuto soprattutto alla facilitazione di attività illegali come ad esempio nel settore della logistica, della finanza e delle tecnologie». Oggi i crimini finanziari e cibernetici si trovano al primo posto tra le attività della criminalità organizzata. Un esempio sono quei messaggi che vi arrivano dicendo «avete vinto una lotteria», e attraverso cui uno finisce per consegnare le proprie credenziali della banca, o le mail che arrivano dicendo «avete ricevuto l’eredità di una nonnina di Hong Kong», che appartengono al tipo di crimini attualmente più diffusi. Oggi i crimini finanziari di questo tipo, insieme alle estorsioni, sono tra le fonti di maggiori redditi per la criminalità organizzata.

Bisogna fare attenzione anche ai dati truccati che ci vengono presentati ogni mattina durante la conferenza stampa della presidente [NdT: Conferenze mattutine della Presidente della Repubblica Messicana Claudia Sheinbaum], e comprendere che la riduzione della violenza, che in ogni caso non sta avvenendo, non corrisponderebbe necessariamente ad un indebolimento del capitalismo criminale. Oggi si parla delle “forme invisibili della criminalità organizzata”, le frodi cibernetiche, la manipolazione, l’estorsione senza la necessità della coercizione fisica, il furto d’identità. Offerte di lavoro fraudolente, che sono strategie di reclutamento forzato come esca per ridurre in schiavitu a fine di sicariato, di sfruttamento sessuale o per qualsiasi altro tipo di orrore. 

Parlando della violenza, vale la pena sottolineare che, anche all’interno del capitalismo criminale, esistono forme di distribuzione diseguale della violenza. Mentre alcuni paesi mettono le pallottole, in altri mettiamo i morti. Mentre alcune regioni si aggiudicano le banche che lavano il denaro, in altri viviamo il dramma di migliaia di persone desaparecidas. Mentre alcuni paesi vivono una crisi per l’abuso da consumo di sostanze, in altri viviamo le fosse clandestine e i centri di reclutamento forzato. Nel 2011, lo scrittore Eduardo Galeano ha segnalato che il Messico «è vittima dell’ipocrisia del narco sistema universale, dove alcuni mettono il naso, mentre altri mettono i morti, dove alcuni dichiarano guerra e altri ricevono gli spari». La logica delle metropoli e delle colonie può essere riscontrata anche all’interno del capitalismo criminale. Siamo noi dei paesi del “sud”, i “paesi sottosviluppati”, che stiamo vivendo le conseguenze peggiori del narcotraffico.

Dagli affari del crimine organizzato si guadagna molto denaro. E questo denaro, per rientrare “pulito”, necessita di essere lavato in un paradiso fiscale. Le informazioni venute alla luce nei Panama Papers o nei Pandora Papers, sono appena la punta dell’iceberg del problema di cui sono protagoniste élite politiche, impresari e personaggi dello spettacolo. Molto di questo denaro viene utilizzato anche per investimenti nell’industria immobiliare, nelle scommesse, e nelle aste d’arte. Il lavaggio di denaro ha trovato nell’intelligenza artificiale e nelle criptovalute un nuovo modo di continuare a “ripulirsi”.

Ma il problema è ancora più grande. Dal 2017, secondo una ricerca del Congresso Messicano (con dati molto conservativi) l’economia criminale rappresenta per il Messico il 10% del Prodotto Interno Lordo, distribuito nella seguente maniera: tra il 40 e il 45% dal traffico di stupefacenti; tra il 30 e il 32% dai proventi del traffico di persone; quasi il 20% dalla pirateria; mentre il resto proviene da sequestri, estorsioni, etc. Questo sta a significare che la vendita di stupefacenti ha mosso tra i 60 e i 70 mila milioni di dollari annuali. Nonostante ciò il problema più grande è che il crimine organizzato dava lavoro, in quel momento, ad un numero di persone compreso tra le 450 e le 500mila. Un numero superiore di tre volte al personale impiegato da Petróleos Mexicanos. O quasi due volte e mezzo il numero di persone che lavorano per Walmart.

Insistiamo dunque, nel dire che il crimine organizzato non è un’anomalia ma piuttosto un prodotto completamente funzionale al sistema capitalista. Di fatto, credo che sia la sua espressione più compiuta.

Le corporazioni criminali.

Affinché il capitalismo criminale funzioni, ha costituito imprese criminali o quelle che di seguito chiameremo corporazioni criminali. Gli eserciti che hanno conquistato l’America e l’Africa, come quelli di altri popoli che conquistarono l’Europa, hanno sottomesso le popolazioni riducendo in schiavitù, rubando e uccidendo. Si è trattato di veri e propri genocidi, che si continuano a commettere, all’interno del processo di accumulazione di capitale.

La violenza, la sottomissione, il saccheggio e l’esproprio di territori accompagnano questo processo fin dalla nascita del capitalismo. Questo processo successivamente è stato istituzionalizzato nello Stato di Diritto, chiamato dal vecchio topo di biblioteca [NdT. riferimento a Karl Marx indicato nel testo originale come “el viejo topo”] come «legislazione sanguinaria a scapito degli espropriati». Se volessimo ricercare le radici delle corporazioni criminali dovremmo risalire giusto a quegli eserciti conquistatori e colonizzatori che, commettendo crimini, hanno permesso l’accumulazione originaria di capitale.

Senza dubbio la forma più recente, o piu moderna, dell’antecedente delle corporazioni criminali sono le mafie. Il loro modo di organizzarsi era abbastanza artigianale e somigliava al funzionamento dei piccoli borghi che hanno potenziato lo sviluppo del capitalismo. Si trattava di gruppi organizzati in forma corporativa, composti principalmente da famiglie e reti di famiglie che condividevano una stessa identità, distribuite su porzioni di territorio limitate e con una divisione del lavoro quasi nulla. Attraverso i processi di industrializzazione e internalizzazione di capitale, le mafie, sono riuscite a trovare nuove sacche economiche di lavoro da sfruttare. Mentre le mafie crescevano economicamente e territorialmente, hanno incontrato la necessità di stabilire alleanze con altre mafie con l’obiettivo di scontrarsi con altri gruppi criminali, di ampliare le proprie zone d’influenza o di accedere a altre reti che potessero fornire impunità e sicurezza. Ad esempio è così che negli Stati Uniti nasce il Sindacato Nazionale del Crimine, di cui Al Capone è stato una figura emblematica. Una specie di confederazione capace di articolare differenti mafie di tutti gli Stati Uniti.

Le articolazioni nazionali e internazionali delle mafie in questo modo hanno potuto evolversi, sempre secondo le esigenze del mercato, fino a convertirsi nelle corporazioni criminali che oggi conosciamo. Queste corporazioni hanno goduto dei benefici del processo di globalizzazione, riuscendo ad ottenere una complessa rete di portata mondiale capace di penetrare in differenti stati nazionali.

Proprio come le corporazioni economiche più raffinate, quelle criminali, si organizzano in reti che garantiscono fluidità e flessibilità. Sebbene all’interno di ciascun nodo l’organizzazione solitamente è estremamente gerarchica, la relazione tra i diversi nodi si fa più orizzontale nel rispetto, in ogni caso, degli interessi della rete criminale. Per questo non serve a niente arrestare “il capo” [NdT, la testa] dei traffici di droga, o arrivare a processare il politico di turno colluso con la criminalità organizzata, e ancora meno quando un banchiere viene multato per lavaggio di denaro. La rete rimane intatta perché attaccarla alla radice vorrebbe dire attaccare il capitalismo stesso.

Anche all’interno del capitalismo criminale si forma una élite criminale, che interagisce con il resto delle borghesie transnazionali, che potremmo chiamare borghesia criminale. Come qualsiasi borghesia, la borghesia criminale, cerca di accrescere il proprio potere e la propria ricchezza, di conservare i propri privilegi e di garantirsi la propria impunità per mezzo dello Stato. Di fatto ha interesse nel mantenere il controllo di una data infrastruttura per continuare a svolgere attività criminali ed è così che si va configurando un tipo di Stato criminale o una forma statale criminale. Se le corporazioni criminali sono l’espressione più concreta del capitalismo criminale dal punto di vista economico-finanziario, dal punto di vista politico-giuridico la forma criminale dello Stato è la struttura che si materializza attraverso questo tipo di capitalismo.

Le corporazioni criminali sono anche dotate di bracci armati, la faccia più visibile di queste organizzazioni: veri e propri eserciti composti quasi sempre da uomini poveri, dove a volte sono presenti anche donne e bambini. Il nemico si presenta così, o almeno così ci viene rappresentato, come un giovane povero, violento, armato e pericoloso, che è necessario eliminare per ripristinare l’ordine. In realtà le grandi operazioni contro il crimine organizzato sono tutt’ al più operazioni contro i bracci armati del crimine organizzato, che vengono dipinti dalle grandi produzioni televisive con armi, denaro, droghe e vengono raccontati come l’incarnazione del male.

Così la strategia televisiva, quella mediatica e quella narrativa che tanto hanno avuto risalto, rappresentano solo una parte, nascondendo i veri ricchi che si arricchiscono, lasciatemi passare la ridondanza, attraverso la criminalità organizzata. Non ci vengono mostrati i ladri col “colletto bianco”, come non vedremo mai cadere i grandi imprenditori che, se mai una volta arriverà a cadere uno di loro, saranno giudicati per reati differenti dal crimine organizzato. Esattamente come è successo nel 2015 con la FIFA e il FIFAgate, dove le accuse sono state di “sottrazione di risorse” mentre in verità si trattava di lavaggio di denaro, il che contribuisce ugualmente a rafforzare le corporazioni criminali.

Le corporazioni criminali competono tra di loro per i mercati, per controllare rami della loro stessa industria, per il territorio, per le vie e per i mezzi di comunicazione, per espandere la propria influenza su di altri affari, come il “huachicol del bienestar” [NdT. il furto di combustibile e petrolio dagli oleodotti], l’estrazione mineraria e il paramilitarismo. In questa sfida per il controllo di mercati e territori, le corporazioni criminali non solo si affrontano tra di loro con i loro eserciti privati ma, in alcune occasioni, conformano alleanze con altre corporazioni nazionali o internazionali. Quelle istituzioni dello Stato che gli permettono di agire. E che, a volte, vendono alle corporazioni militari i propri servizi come “surrogati di polizia”, come nel caso del gruppo criminale dei Zetas che, nel 2006, sono state utilizzate dal governo di Ulises Ruiz per combattere l’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca.

La forma criminale dello Stato

Lo Stato messicano non sta fallendo né abdicando ai propri compiti in tema di sicurezza. Ciò che succede è che si è progressivamente adattato alle esigenze di questo tipo di capitalismo criminale. […] Il traffico d’organi, di manodopera e di risorse naturali sono le pratiche che lo Stato Messicano rende possibili. E soprattutto a cui garantisce impunità. Affinché il sistema possa continuare a generare più introiti possibili al minor costo possibile.

In Messico esistono due rami del capitalismo che hanno contribuito a rifunzionalizzare lo Stato. Il capitalismo criminale e il capitalismo estrattivista: quello dei megaprogetti e quello che continua a promuovere “lo sviluppo” per il paese intero.

Anche le corporazioni militari partecipano alla disputa per la materializzazione dello Stato. Sarebbe a dire, a favore delle istituzioni e dei governi. Non si occupano solamente di finanziare campagne elettorali o di utilizzare i propri alleati appartenenti alla classe politica, ma divengono esse stesse parte delle istituzioni: così oggi possiamo vedere deputati, presidenti municipali, segretari di governo e altre figure ancora, che hanno un legame diretto con le corporazioni criminali.

La criminalità di Stato, che è il modo in cui definiamo questa riconfigurazione dello Stato Messicano al servizio del capitalismo criminale, ha come caratteristica quella di coadiuvare la dissoluzione delle frontiere tra ciò che è legale e cio che e illegale, tra istituzioni e criminalità. Peggio ancora, l’illegale si trasforma in legale per continuare a riprodursi.

Nell’ambito del capitalismo criminale, e della criminalità di Stato, i vecchi campi di concentramento dei fascismi e delle dittature militari hanno subito una rifunzionalizzazione per essere utilizzati come centri per il lavoro schiavile. Le testimonianze dei migranti, uomini e donne che hanno subito sequestri, o che sono stati arrestati per essere sottomessi allo sfruttamento lavorativo o sessuale, raccontano proprio questo. Nella maggioranza di queste testimonianze ricorre la partecipazione della polizia, di governanti o membri di differenti partiti politici. Come abbiamo già detto in precedenza, le corporazioni criminali non sfruttano solamente i territori ma anche i corpi. Così i governi e gli stati delle nazioni dove il capitalismo criminale è più sviluppato, arrivano a convertirsi in veri e propri apparati, di una guerra, contro la propria società.

Ma purtroppo anche le corporazioni criminali hanno la propria base sociale. Negli ultimi tempi abbiamo visto come molti giovani, in diverse parti del paese, trovano nel crimine organizzato uno strumento di mobilità sociale, uno strumento attraverso cui ottenere un determinato stile di vita, una sorta di catalizzatore di un desiderio [NdT, sociale]. In alcuni casi ci viene detto: vivere poco e guadagnare bene. Così l’impiego nel crimine organizzato è diventato un modo di ottenere un reddito, anche se molte volte si tratta di un tipo di impiego sotto pressione e sotto minaccia e che solo in alcuni casi viene scelto di propria volontà. 

Affinché una corporazione criminale funzioni ha bisogno di contabili, avvocati, medici, esperti di comunicazioni, banchieri, politici, trasportisti, poliziotti, militari, paramilitari, diplomatici, agenti di dogana, chimici, fabbricanti di armi, lavoratori della costruzione, fabbricanti di auto blindate, veterinari per i loro esotici animali da compagnia, piloti di droni e un’infinità di altre mansioni utili. Tutte persone che, attraverso la forza, per ambizione o per non avere altre opportunità, finiscono a lavorare in queste corporazioni.

Se a questo aggiungiamo il deterioramento del tessuto sociale, la distruzione delle comunità a vantaggio del capitale e degli individui, la convivenza quotidiana con il terrore, con fosse clandestine e con ogni altro tipo di orrore, ecco che si produce la normalizzazione della violenza.

Non voglio parlare dell’espropriazione, perché se n’è già parlato molto, ma più che altro voglio sottolineare che l’espropriazione è l’ennesima faccia complementare delle corporazioni criminali. È proprio da lì che possiamo notare come vengono realizzati progetti come il Corridoio Interoceanico, per la cui realizzazione vediamo materializzarsi prima di tutto queste corporazioni criminali. Lì dove vediamo progetti simili al Tren Maya, sono proprio loro ad arrivare per prime. Potremmo dire che funzionano come anticamera dello sviluppo: distruggere per riorganizzare, fare piazza pulita dalle resistenze per installare i progetti del capitale eliminando ogni resistenza.

Le lotte per la Vita

Ma di fronte a tutto ciò, si resiste. Di fronte a questo processo di ricolonizzazione del capitale, intrapreso per mezzo del capitalismo criminale e del capitalismo estrattivista, la lotta dei popoli, di comunità e collettivi che rivendicano la vita ha assunto un’enorme importanza.

In passato, gruppi conservatori hanno utilizzato l’espressione «in difesa della vita» per opporsi alla legalizzazione dell’aborto o alle relazioni tra persone dello stesso sesso. Una strumentalizzazione moralista, patriarcale e eteronormativa si nascondeva dietro a queste argomentazioni. In maniera opposta, oggi, le lotte per la vita rivendicano la lotta come un modo per denunciare e opporsi alla morte imposta dal capitalismo, rivendicando contemporaneamente la vita non solo per il genere umano, ma anche per altre specie, per la natura e per i territori.

Forse è proprio il Primo Incontro Internazionale per l’Umanità e Contro il Neoliberalismo, convocato dall’EZLN nel 1996, ad aver segnato un passo in avanti permettendo alla lotta per la vita di assumere una connotazione sovversiva e anticapitalista. Durante il discorso di benvenuto, il Comandante David ha segnalato, a nome del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, che «il capitalismo è un sistema che produce morte e non vita, perché è un sistema di oppressione e sfruttamento», aggiungendo «che il neoliberalismo è un progetto di distruzione e morte per i poveri del mondo, perché è attraverso questo progetto che cercheranno di porre fine, di distruggere e saccheggiare la ricchezza dei nostri».

Da quel momento, la lotta per la vita è diventata la bandiera di molte organizzazioni, reti, collettivi, persone, oltre che essere assunta come rivendicazione in altri luoghi del pianeta. Tra queste resistenze che sono molte, di differente tipo e con modi di organizzarsi differenti, ci sono due casi a cui voglio dare risalto. Il primo, sono i movimenti per la difesa della terra e del territorio, mentre il secondo sono i movimenti dei/delle buscadoras, di madri che hanno vissuto l’assassinio di figli e figlie, di persone che stanno affrontando l’assassinio e la desaparicion di qualche familiare o di una persona a loro cara.

Una delle caratteristiche più emblematiche delle lotte per la vita è la rivendicazione della vita per l’umanità intera e per il pianeta intero, degli esseri umani e di ciò che li circonda, degli esseri non umani, rivendicando la vita nel senso più ampio del termine, non solo in riferimento agli esseri viventi, ma anche come culture vive: un mondo dove possano trovare spazio molti mondi.

I movimenti in difesa del territorio sono la risposta dei popoli e delle comunità all’esproprio di terre e territori per essere dati in concessione alle corporazioni legali e criminali, per essere sfruttati con miniere, attraverso la costruzione di complessi immobiliari e turistici, o per la commercializzazione di legname pregiato, per citare solo alcune delle molte risorse della natura di cui cercano di appropriarsi. Generalmente i movimenti per la difesa della terra e del territorio sono composti da popoli, tribù o nazioni indigene che resistono da oltre 500 anni contro lo sfruttamento e la dominazione. Tra le loro fila ci sono anche comunità e villaggi contadini. Tutti luoghi dove la forte tradizione comunitaria da priorità al noi.

Ma ci sono organizzazioni e persone che lottano per la vita anche nelle città e nelle università. Collettività di persone, accademici, giornalisti e organizzazioni non governative che hanno preso coscienza delle cause e delle conseguenze della distruzione della natura. Sebbene il problema riguardi l’umanità intera, sono state le popolazioni indigene a metterlo in evidenza e, partendo da lì, molti altri di noi hanno intrapreso a loro volta quella lotta che ha iniziato a diffondersi in tutto il pianeta.

La guerra che stiamo vivendo attualmente in Messico, come detto precedentemente, tra le altre cose cerca di generare quelle che Jorge Weinstein chiamava “società in dissoluzione”: popolazioni che vivono totalmente indifese e che si convertono in non società, per permettere il via libera al saccheggio delle proprie risorse naturali. Così i movimenti in difesa della terra e del territorio stanno scommettendo su una risocializzazione proponendo una logica di re-comunalizzazione che permetta di generare antidoti alle non società o alle società in dissoluzione”.

È per questo motivo che, attraverso i bracci armati della criminalità organizzata, sono proprio quelle popolazioni che difendono i territori dal basso a subire la violenza più accanita. Sono i popoli e le organizzazioni di base, comunitarie, indigene e contadine a subire questa guerra prodotta dalla criminalità organizzata.

D’altra parte, i movimenti delle “vittime” – come sono stati definite, ma che non si esauriscono in questo termine – in Messico hanno cominciato a fiorire nel contesto della guerra sporca o del terrorismo di Stato. Ricordiamo in quella fase il Comitato Eureka e, molto più tardi, pur rivendicando anche le vittime di quel periodo, i movimenti Hijos por la Identidad e Justicia contra el Olvido y el Silencio. Negli anni Novanta, anche l’Organizzazione Civile Las Abejas ci ha aiutato a comprendere come lo Stato stesse uccidendo la propria popolazione come forma di repressione politica. Naturalmente, le madri di Ciudad Juárez e anche organizzazioni come Nuestras Hijas de Regreso a Casa hanno posto un accento particolare su queste forme di violenza. Nel primo decennio del XXI secolo, il movimento delle vittime in Messico ha acquisito nuova forza.

Attraverso la scusa dell’insicurezza — ed è per questo che dobbiamo stare attenti a come analizziamo il problema della criminalità organizzata: non è un problema di insicurezza, non è un problema di traffico di droga, è un problema insito nel capitalismo —, diversi settori imprenditoriali, sostenuti da media come Televisa e TV Azteca, hanno indetto mobilitazioni con lo slogan «Basta ai rapimenti», per esigere sicurezza dallo Stato messicano. Fin dalle loro origini, questo tipo di movimenti ha avuto connotazioni profondamente elitarie. Non solo erano guidati da imprenditori, vittime dell’insicurezza, ma chiedevano inoltre allo Stato il «pugno di ferro» contro la criminalità organizzata. Come c’era da aspettarsi, lo Stato ha opportunamente fatto proprio quel discorso come scusa per dispiegare forze di polizia e militari in tutto il Paese. Purtroppo, questo tipo di movimenti è servito ad accompagnare la strategia statale di militarizzazione, sotto la bandiera della guerra al narcotraffico e contro l’insicurezza.

È nel 2011 che un potente movimento ha attraversato l’intero Paese ribaltando la narrazione del tema. Il centro del problema non era più solo l’insicurezza, ma il modo in cui lo Stato stava cercando di affrontarla. All’insegna della giustizia per le vittime e della fine della guerra, il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità è riuscito a rompere l’assedio mediatico e a contrastare il discorso ufficiale, contribuendo al tempo stesso a spiegare la logica tanto sistemica quanto regionale del conflitto.

Proprio in quello stesso anno, il 2011, la tristezza e la disperazione stavano consumando María Herrera. I suoi figli, Raúl e Salvador, erano scomparsi nello Stato di Guerrero nel 2008. Successivamente, nel 2010, altri due dei suoi figli, Luis Armando e Gustavo, erano stati anch’essi vittime di desaparición, questa volta nello Stato di Veracruz. María li cercò con ogni mezzo possibile. Si rivolse a tutte le autorità governative competenti incontrando solo silenzio e disprezzo. Con la speranza ormai quasi svanita, María venne a sapere dalla stampa che centinaia di persone stavano percorrendo il Paese alla ricerca dei propri familiari scomparsi, denunciando la politica di morte e distruzione. Decise così di recarsi a Morelia, nello Stato di Michoacán, per ascoltare ed essere ascoltata. Lì ha incontrato molte altre persone che, come lei, stavano cercando i propri familiari. Ha capito che la sua tragedia era condivisa. È così che María si è unita al Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità.

María da quel momento ha partecipato a ogni sorta di iniziativa di coordinamento e dialogo. Ha visto nascere e scomparire diverse organizzazioni. Ha incontrato tre presidenti. Ha promosso la legge sulle vittime e poi ha protestato contro l’inefficienza della Commissione esecutiva per l’assistenza alle vittime. Ha anche partecipato ai forum di pacificazione promossi dal governo di Andrés Manuel López Obrador e ha assistito allo sfacelo in cui si sono trasformati. María ha ascoltato le promesse di molte persone di diversi partiti e governi, ma nessuno le ha restituito i suoi figli.

Insieme ai familiari e alle persone che la sostengono, María ha fondato l’organizzazione Familiares en Búsqueda María Herrera. Ha inoltre promosso la Red de Enlaces Nacionales: uno spazio di coordinamento dei familiari delle persone desaparecidas che ha come obiettivo principale quello di ritrovare e restituire alle proprie famiglie tutte le persone scomparse in Messico. Da questi spazi è nata la Brigada Nacional de Búsqueda, attiva ormai da diversi anni. Si tratta di un esercizio di autonomia di fronte alla complicità e all’inefficienza del governo.

Concedetemi di raccontarvi un’altra storia, quella di Jesús Israel. Nel luglio 2011, Israel Moreno Pérez aveva 20 anni e studiava geografia presso la Facoltà di Filosofia e Lettere dell’UNAM. Influenzato dalla letteratura che lo affascinava in quel periodo, Israel decise di fare un viaggio a Oaxaca. Fu così che il 4 luglio uscì di casa con uno zaino e un paio di libri. Il giorno dopo si fece vivo con la sua famiglia: era arrivato a Monte Albán. Successivamente, il 6 e il 7 dello stesso mese, era a Puerto Escondido e in seguito si spostò a Chacahua, da dove si mise in contatto per l’ultima volta. Non ricevendo più notizie, i suoi genitori iniziarono il tormentato compito di cercare un figlio scomparso.

Carlos, padre di Israel, si diresse a Oaxaca. Si recò in vari uffici, chiese udienze, utilizzò tutte le risorse a sua disposizione. Fu solo quando si rivolse alla stampa che le autorità locali iniziarono a occuparsi del suo caso. Il 22 dicembre 2011, l’ex procuratore generale di Oaxaca informò Carlos che tutto indicava che Israel fosse stato aggredito e ucciso. Ma la famiglia di Israel non credette a quella versione, soprattutto perché non ebbe mai accesso al corpo di colui che si supponeva fosse loro figlio.

Così con mezzi propri, la famiglia di Israel ha continuato le ricerche, fornendo al contempo prove per smentire la versione ufficiale. Con il sostegno di organizzazioni indipendenti per i diritti umani, hanno portato il caso di Israel davanti al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, organismo che nel 2019 ha concluso che lo Stato messicano ha violato i diritti umani dello studente, sia per non aver avviato immediatamente le ricerche, sia per aver condotto un’indagine basata su testimonianze contraddittorie e prove fabbricate. Oggi, a nove anni dalla scomparsa di Isra, la sua famiglia e le organizzazioni che la sostengono continuano ad esigere alla Procura Generale della Repubblica di farsi carico del caso.

La lotta contro la desaparición di persone è stata una causa portata avanti principalmente dalle famiglie direttamente colpite, così come la difesa del territorio è stata una lotta condotta soprattutto dalle popolazioni indigene. In alcune occasioni, le madri e le famiglie in cerca dei propri cari possono contare sul sostegno di organizzazioni per i diritti umani o di organizzazioni politiche. Di recente, anche le reti dei movimenti di donne hanno affiancato le madri e le famiglie in cerca dei propri cari. Le ripercussioni psicosociali e i problemi economici derivanti dalla scomparsa di un familiare sono gravi, ma le famiglie resistono, si organizzano, cercano insieme, affiggono manifesti, si stringono l’un l’altra.

I terribili fatti del 26 e 27 settembre 2014 nella città di Iguala, nello Stato di Guerrero, ai danni degli studenti della Scuola Normal Rural di Ayotzinapa e la conseguente lotta intrapresa dalle loro famiglie, che continuano ancora oggi a lottare per ritrovarli, nonostante lo Stato e la sua Commissione Nazionale per i Diritti Umani li continuino a ostacolare o a colpire direttamente, costituiscono una fase in cui la lotta dei movimenti e delle organizzazioni delle persone in cerca dei propri cari e delle vittime passa a un livello successivo: «Fue el Estado» [NdT. E’ stato lo Stato] è lo slogan che hanno ribadito, rivelando che l’avversario non era più una figura indefinita, non era più il narcotraffico, non era più la criminalità organizzata, ma era quella stessa forma criminale dello Stato posta al servizio delle organizzazioni criminali. L’avversario non era più indefinito: si chiamava capitalismo criminale e utilizzava lo Stato per riprodursi ed espandersi.

Oltre alle popolazioni indigene e a tutta una rete di persone che difendono il territorio, insieme alle madri e alle famiglie alla ricerca dei propri cari, occorre anche segnalare le carovane di persone migranti.

Accanto a tutti loro – le carovane di migranti, le madri e le famiglie alla ricerca dei propri cari, i popoli indigeni – ci sono i giovani e le infanzie, le lavoratrici del sesso che si recano a Città del Messico anche per rivendicare il proprio territorio, il magisterio ribelle [NdT. maestri e maestre ribelli), le cooperative del caffè, le librerie e le case editrici indipendenti, le organizzazioni non governative oneste. E poi Cuba, sempre Cuba, Open Arms, il Venezuela che resiste, la Palestina che resiste. Organizzarsi è parte della costruzione di una comunità politica. Non sempre esistono comunità che condividono un territorio, ma stiamo costruendo altri tipi di organizzazioni, altri tipi di comunità, altri tipi di collettività che sono impegnate a costruire qualcosa di diverso, che sono impegnate a fermare la barbarie.

Siamo un’immensa rete di ecosistemi che difende il territorio, che resiste e si ribella contro questo sistema, mettendo al centro la vita.

Da parte mia, sono membro di un’organizzazione chiamata Rete Universitaria Anticapitalista (RUA), una piccola organizzazione composta principalmente da donne, molte delle quali giovani, compagne che hanno deciso di organizzarsi per accompagnare e riconoscersi come soggetti che, attraverso l’arte e la lotta, sostengono i popoli, le madri e le famiglie in cerca dei propri cari. Con la RUA abbiamo organizzato concerti, festival, laboratori, abbiamo accompagnato mobilitazioni, siamo state presenti anche alle cascaritas por la memoria [NdT. partitelle di calcio popolari e di strada nel contesto del Mondiale 2026] e abbiamo scommesso anche sulla danza e sulla gioia. È un piccolo sforzo, non è abbastanza, ma ci stiamo organizzando. 

E proprio come i compagni e le compagne della RUA, ci sono innumerevoli collettivi che si stanno organizzando, che si organizzano ormai da anni, e che, proprio come quel fiume di cui un tempo ci parlò il vecchio Antonio, stanno cominciando a unirsi, e presto scenderanno a valle e saranno inarrestabili.

Grazie mille.

Raúl Romero Gallardo, 

Giovedì 23 Luglio 2026

CIDECI, San Cristóbal de las Casas, Chiapas, México, Pianeta Terra

Raúl Romero Gallardo (1983, Città del Messico), è laureato magistrale in Studi latinoamericani (menzione d’onore) e laureato in Sociologia (menzione d’onore). E’ attualmente Tecnico accademico presso l’Istituto di Ricerche Sociali e docente presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell UNAM di Città del Messico. È curatore del volume *Pensar en común las alternativas* (2025) e co-curatore di *Pablo González Casanova. El colonialismo interno: origen, desarrollo y vigencia de un concepto* (2026) e di *Resistencias locales, utopías globales* (2015). Collabora con il quotidiano messicano *La Jornada*.

L’originale audio in spagnolo e la trascrizione del suo intervento sopra tradotto si può leggere e ascoltare qui: https://radiozapatista.org/?p=55342